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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Verdi e la tassa sul macinato

Verdi  e la tassa sul macinato

Giuseppe Verdi

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Anna Maria Dadomo

Anche la tassa sul macinato ci voleva! Come se la situazione non fosse già abbastanza grave. A che prezzo sarebbe stato venduto il pane? E con che soldi i contadini potevano comprarlo? Perché quando i padroni dei fondi agricoli per le troppe tasse non avrebbero più potuto pagarli e li avrebbero lasciati a casa, solo in miseria potevano ridursi. Morire di fame. Patire il freddo. Tutti quanti, uomini donne vecchi bambini…senza distinzione. Cos’altro potevano fare?
I contadini che lavoravano nei suoi poderi lui avrebbe continuato a tenerli. E a pagarli fino all’ultimo. Come faceva anche adesso del resto. E’ vero che ci stava addosso, pignolo, mai contento, che li sgridava, li riprendeva, faceva la voce grossa, ma era lui il padrone, no? Non bastavano di sicuro gli ordini, e le minacce impartiti per lettera a intimorirli…ci voleva altro...nessuno poteva toglierli dalla testa che quando non era lì a controllare, a sorvegliare, a seguire i lavori loro si arrangiassero.
Ma gli altri? Come potevano non capire i politici che quello che occorreva non erano nuove imposte, ma lavoro? Che solo il lavoro salvava dalla fame ? E invece, guarda cosa combinavano. E il nostro «padre della patria» cosa faceva? Coglionerie. Capace solo di andare a caccia e a donne. Bisognava pur dirlo. Ma in segreto, certo. Sai che cagnara ne sarebbe nata se... Che delusione questo Savoia. Ah, quante illusioni cadute. La fede rinascimentale tradita. L’unità nazionale di là da venire. La vita parlamentare una perdita di tempo. I governi che tentennavano con le riforme, le sbagliavano e cadevano. Cosa restava? La musica. Certo. Ma erano mesi che non scriveva musica. Che nessun nuovo dramma lo attraeva. Anche se sì, forse qualcosa a ben guardare, a essere sinceri con se stessi c’era, ma ancora in embrione. Ed era meglio lasciarlo lì dove si trovava. Ignorarlo. O almeno fingere di ignorarlo. Fino a un certo punto, sicuro. Poi intervenire. Ma adesso non era il momento. Che se ne stesse al buio come un chicco di grano.
Che la pianticella spuntasse, crescesse, si facesse vigorosa, mettesse la spiga. Una bella spiga pesante. Proprio come quella che soppesava da intenditore. Quell’anno, grazie a Dio, il tempo era stato clemente. Niente ruggine, niente cimici. Ci sarebbe stato un buon raccolto. Bastava guardarli i campi così gonfi, con tutte quelle spighe che si piegavano sotto il peso dei chicchi, maturavano al sole, ondeggiavano al vento, nascondevano l’orizzonte. E pochi fiordalisi, poche tigelle, pochi papaveri. Il diserbo era stato fatto come si conveniva. E anche la concimazione. Bene. Importante era il grano. La spiga ben nutrita. Crescessero pure sulle rive dei fossi le erbacce, o lungo i sentieri che costeggiavano i campi. Lì potevano stare. Non nei suoi campi, non nel suo giardino, non nella sua vigna. Perchè domani toccava alla vigna. Un controllo accurato. Mai dimenticare la descrizione che quel Sant’uomo faceva della vigna di Renzo - che sapeva a memoria come del resto molte altre parti di quel libro, uno dei più grandi libri che mai fosse uscito da cervello umano, letto per la prima volta a sedici anni e mai più abbandonato - quando il poverino s’affaccia per dare un’occhiata in giro: «povera vigna!...getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi,di susini…in mezzo a una nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l’aiuto della man dell’uomo…una marmaglia d’ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d’avene selvatiche…». Eh, lì era detto chiaramente: era la mano dell’uomo quello che ci voleva. L’occhio del padrone soprattutto. Dopo cena anziché le gazzette avrebbe riletto proprio il XXXIII capitolo dei Promessi Sposi. Quelle righe erano un monito. Altrimenti…«Mica si mangia con la gramigna o con l’avena selvatica. Eh, Blach? E’ che ho ragione?».
Sorrise al cane che gli saltellava intorno arruffandogli il pelo. Poteva farlo. Non c’era nessuno a vederlo.

 

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