Il racconto della domenica

Una madre come tante

Ore sette e trenta. In cucina già aleggiava l’aromatico profumo del minestrone e la tavola era ingombra di tegamini, di tazze e di vasetti: la mamma puliva il frigorifero.

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Marta Silvi Bergamaschi
Ore sette e trenta. In cucina già aleggiava l’aromatico profumo del minestrone e la tavola era ingombra di tegamini, di tazze e di vasetti: la mamma puliva il frigorifero. Ogni mattina passavo a salutarla. Inevitabilmente chiedeva: «Vai già a scuola? Così presto?». A volte s’affacciava appoggiata alla scala avvolta in una vestaglia marrone a piccoli sbiaditi fiori, ai piedi due buffi calzini e le ciabatte. «E non dirmi ch’io in casa sembro una stracciona!» esclamavo sorridendo.
«Fra poco mi vesto - rispondeva - sai bene che so lavorare anche vestita. Poi Wilma, la colf, mi aiuta. La casa è grande. Non sono un’originale come te che in casa indossi camicioni bianchi che scivolano volentieri nel grigio».
«Come la mia dolcissima Emily».
«Dickinson - aggiungeva lei - ma a scrivere poesie i vestiti non si sporcano». Spesso è qui accanto a me, vivissima: odo i suoi passi lungo il marciapiedi, inconfondibili, aritmici e svelti; poi è seduta al sole sotto il porticato. Osserva le piante, impercettibilmente sorride e sussurra: hanno creato un paradiso questi due ragazzi. I suoi occhi sono grandi e belli, l’espressione dolce. «Ti faccio il caffè?» le chiedo. «Lavori sempre, a casa e a scuola, sempre». Una lieve, trattenuta sfumatura quasi di gelosia, le incrina la voce. Ma subito torna serena. «Ho comprato le belle mele, ho comprato il bel filetto, ho comprato la bella anatra; così domenica che cosa vi cucinerò, tanto per cambiare». Davanti ai prodotti alimentari che comprava metteva sempre l’aggettivo «bello» quasi volesse ingentilire per noi una banale sporta di patate: le belle patate! La domenica eravamo tutti da lei: mia sorella, mio cognato, mio marito, io: e il nipotino che adorava. Quello fu per lei un dono meraviglioso. Quando non arriva, l’immagino in un luogo molto sereno e le dico tante cose che mai sono riuscita a dirle, perché esiste spesso tra figli e genitori una specie di pudore. Lei era parca di parole, di effusioni. La sua bontà si esprimeva in osservazioni tenere. E in fatti. «Hai le buche in faccia: mangi? Ti sei messa la maglia?». Poi ti dava tutto ciò che poteva, generosa e ridente. «Ci scommetto - diceva - che ti manca anche un limone». Mi capita di guardare la luna, la luna solitaria incastonata nel cielo come un gioiello abbandonato: la luna bianca nel pallore della nebbia o luminosissima nell’alto blu sereno e penso: ecco, è forse in un luogo dove le lune sono tante, tutte bellissime; ed è felice. Ella però amava l’estate, amava la dorata luce del sole. Il sole le scivolava addosso come un grande gatto amico e lei diceva: «Il sole! Mi va dentro, sento che mi fa bene. Appena dopo Natale, lentamente, le ore di luce aumentano. E’ novembre che non finisce mai, è un brutto mese novembre». Quando ero bambina e vedevo tramontare il sole, pensavo a un grande letto di paglia e il sole si adagiava sulla paglia. Ora immagino la mamma distesa accanto al sole; e se non è distesa cammina libera, con un passo lieve, leggero, armonioso. Le parlo, le dico cose sciocche: «E’ giovedì, i negozi sono chiusi; ho dimenticato di comprare la cena».
«Non ho mai incontrato - rispondeva allegra - una casa come la vostra dove raramente esistono provviste. Soltanto valanghe di pelati, di salse varie, di giardiniere e di marmellate di ogni tipo».
«I miei capolavori, rispondevo io. Tu sei la nostra formicona. Tu hai sempre tutto in casa». Lei ride con quel riso ingenuo, così puro e limpido da sembrare quello di una bambina. Se la penso nel sole sono serena. Se la penso nel nulla sono disperata. Non può essere, è ingiusto. Non è possibile sparire così. Soli. C’erano tante cose da dirle, cose mai spiegate, appena accennate. Quale figlia sono stata? Distratta, assente, egoista, indaffarata in mille faccende. Vorrei ora tenerla sottobraccio e lungo la strada che si percorreva sotto i platani bianchi e rosa, parlarle fitto fitto, accarezzarle una mano, sorreggerla un poco. Dirle: «Guarda quanti fiori gialli lungo il fosso». Le piacevano i fiori gialli: «Quando morrò, mettetemi in terra con due “gasan” (le calendule). Portatemi via alle cinque del mattino: non voglio disturbare nessuno». Io pensavo fosse eterna. E ridevo.

 

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