Il racconto della domenica

Dormire vicino al cielo

Rubrica: il Racconto della Domenica

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“Non dormo più vicino al cielo” disse, dopo aver spalancato gli scuri della finestra. Era salita in quella che una volta era la sua camera matrimoniale - ormai adibita a guardaroba - per prendere una coperta dall’armadio. Fino a quel momento non se ne era resa conto. Da tempo infatti dormiva in una piccola stanza posta al piano terreno della casa molto più fresca in estate e molto più sbrigativa da tenere in ordine proprio per l’essenzialità dell’arredo e lì, tranne che per fugaci scappate in cerca di qualcosa come in quel momento, non vi tornava che di rado. Ma nella nuova sistemazione - quasi un’angusta cella monacale - il cielo non c’era più.
Quando alla sera si coricava e chiudeva l’imposta della finestrella i suoi occhi non coglievano più quello slargo chiaro che si apriva tra la sagoma scura dei pioppi e quella dei tigli trasformandolo in un golfo frastagliato e calmo, in una baia tranquilla dove poteva veleggiare la luna in tutto il suo splendore, o che poteva riempirsi di stelle, o di nuvole grigie e temporalesche, o di altre bianche e pacifiche come un gregge in sosta verso un lontano ricovero, o che semplicemente poteva essere cielo buio e liscio come superficie d’ardesia. Adesso non sentiva più sopra i coppi del tetto il tambureggiare della pioggia, lo zampettare delle gazze e i loro bisticci da comare; non sentiva più il vento che, insinuandosi tra le fessure, faceva ondeggiare il gancio degli scuri, quasi un bussare discreto ai vetri. Non trovava più piccole cimici verdi e grigie e foglie secche sul davanzale caldo della finestra; non si affacciava più a guardare di sotto, nel prato circondato dalle siepi piene d’ombra del bosso e colmo del buio soffice della notte, lo spettacolo emozionante dell’accendersi e dello spegnersi delle lucciole; non sorrideva più all’insonne instancabile serenata dei grilli. Tutta quella bellezza laggiù non c’era. Ma se si concedeva un po’ più di tempo e dava un’occhiata alla camera passando in rassegna le cose che vi erano contenute e con cui aveva vissuto tanto a lungo, ecco che queste benché familiari le apparivano estranee. Lontane. Remote. C’erano ancora libri sul comodino, fotografie sul cassettone, giochi infantili e costruzioni di Lego e soprammobili sul tavolino d’angolo, e quadri alle pareti, e scendiletto arrotolati contro il muro. E l’armadio di foggia spagnola, imponente, austero. E la poltrona di velluto azzurro. E se chiudeva gli occhi e restava in ascolto ecco di nuovo le voci, e i gesti, e l’amore fatto e quello subito, e i litigi astiosi sottovoce per non svegliare il bambino nella stanza a fianco, e le attese deluse, e i pianti solitari, e i gridi soffocati, e i gorghi di silenzio, e gli incubi in cui si veniva risucchiati, e le notti insonni, e le albe livide che non si volevano vivere. Niente di allora avrebbe dimenticato, lo sapeva bene. Non bastava certo cambiare camera. C’erano anni interi (se non un’intera esistenza) da rivedere. Ma non sarebbe più tornata a dormire in quella camera. Provando nostalgia per quel cielo - anche inquietudine e disordine - prima di accomiatarsi dal giorno sarebbe bastato salire fino lì, aprire la finestra e guardarlo. E quel cielo così vicino - lo si poteva toccare con la mano - quel cielo così suo sarebbe stato come una benedizione. Un viatico. Quello che le serviva per acquietarsi, rappacificarsi con se stessa, e affrontare la notte. Perché dormire con gli anni era divenuta una cosa solo apparentemente semplice.

 

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