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Il racconto della domenica

O Minna, la tua performance

Rubrica: il Racconto della Domenica

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Lei aveva la mano ferma, piccola ma ferma. Gli occhi brillanti nero-nocciola si incollavano alle cose e mettevano sull’avviso le persone. Si offendeva se gli amici le ricordavano quando studiava pittura all’Istituto d’arte del natio borgo di Sorba, il suo comportamento con l’insegnante e le caricature che gli infilava nel cassetto, mentre fingeva di corteggiarlo, minicapolavori di derisione

A diciott’anni Minna era uno spasso. Oltre a frequentare l’Istituto, recitava nella compagnia dialettale e anche in scena prendeva di mira qualche personaggio locale. Eletta «Miss Teatro», ebbe altri successi del genere, anche più nervosi, affermazioni da piccola società sorbese. Un assessore comunale scrisse un libretto che lei avrebbe dovuto leggere sul palcoscenico in una serata specialissima a inviti. Illusione d’autore comiziante: Minna se lo spazzolò di dosso come un insetto noioso.
Era nata per fare motu proprio e rifiutava come un’imposizione tutto ciò che le veniva suggerito senza chiederle prima il consenso. Anche riguardo alla pittura stabilì che doveva cercare di meglio. Via da Sorba, si iscrisse all’Accademia di Venezia, dove il professore di figura la istruì come regolarsi nel ritratto moderno. Nuovi principi estetici cominciavano a penetrare allora in Italia da paesi evoluti nell’arte, come gli Stati Uniti. Intanto andava esclusa la riproduzione completa del capo, soggetto figurativo in via di trasformazione. I maestri più avanzati del primo Novecento, invece che occuparsi di rifare un viso già esistente nella realtà, salvavano i particolari. II professore portava come esempio anche i suoi ritratti: la critica gli elogiava le ciglia, e le allusioni ai solleticanti moti di apertura e chiusura delle palpebre. Bisogna dire che Minna ricevette dall’Accademia suggerimenti riformatori. Tutto l’impegno inventivo doveva rivolgersi alla performance. «Performanciare» significava tuffarsi nel mondo delle congetture. E avendo recepito una qualche inibizione al ritratto, passò al nudo integrale. Nudo maschile, acefalo come tante statue mutilate dell’antichità. Nudo imperante, esclusivo, negatore, per ostentazione, del corpo femminile, mistica bellezza sorretta dagli angeli fra terra e cielo. Minna pitturava direttamente sul corpo del modello, che diventava tela e cavalletto. Anche un Visir, in visita alla perla della laguna, si fece dipingere e non rivelò a nessuno come la Minna l’avesse decorato, con quale tecnica, quali ingredienti. Come non disse quanto tempo conservò intatta la superficie, che si toglieva facilmente, lavando con acqua e una dose leggera di detersivo. Quello che è certo, si mantenne tinto per l’intera durata di una Biennale d’arte (non ancora engloutie), dove fu esposto senza denunciare l’identità.
Minna andò oltre. La pittura su pelle mobile le diede una mossa. Inzaccherò le tele a raffiche di frusta inzuppata di colore (un’ispirazione dalla scudisciata di Napoléon Trois alla modella spudorata di Courbet). E impaziente di aspettare, divenne lei stessa mobile: «Basta statica!... Il mondo intero vedo che corre!... Un panino rincorre, almeno un panino!»… E si baciava i gomiti attorcendosi nella danza del ventre, anche se ne sapeva soltanto qualche dettaglio da vecchie riviste di casa che foderavano un comò della nonna francese, con foto di danseuses desossées...

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