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Il racconto della domenica

La cattura di uno sciame

Rubrica: il Racconto della Domenica

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Che agitazione l’aveva presa alla vista di quello sciame appeso al ramo basso del pino! Marrone e brulicante, oscillava debolmente sotto il peso di migliaia di api mentre altre intorno volavano, e si posavano infoltendolo sempre di più, con un ronzio continuo metallico assordante che si percepiva anche a distanza. Da quanto tempo era lì? Da dove veniva? Come si fa a catturare uno sciame? Non sapeva rispondere anche se una cosa le apparve subito chiara: non c’era tempo da perdere: lo sciame era esposto al sole diretto e chiaramente in attesa di destinazione. Gettò nell’erba il pane che aveva portato per il capriolo - era uscita per questo - e corse in casa. Compose il numero dell’amico apicoltore. Nessuna risposta. Riprovò. Niente. Tentò con il figlio. Sì, sarebbe venuto ad aiutarla. A fare cosa neppure lei lo sapeva di preciso ma, in attesa del suo arrivo, decise di prepararsi al compito infilando un paio di calzoni sopra la gonna, maschera e guanti a protezione del viso e della mani, e avviandosi in direzione lo sciame. Subito si arrestò: l’affumicatore! Che sbadata! Non aveva con sé l’affumicatore, attrezzo fondamentale quando ci si occupa di api. Sfilò i guanti che nell’impeto del gesto volarono sopra lo stendino, prese l’affumicatore dal capanno degli attrezzi e incominciò a trafficare con strisce di iuta e fiammiferi per accenderlo. Contrariamente al solito, riuscì ad avviarlo al primo tentativo: il fumo uscì dal camino denso bianco e regolare. Ma una nuova domanda le si presentò: giunti davanti allo sciame cosa si doveva fare? Non lo sapeva. Da troppo poco tempo si occupava di api. Perché non leggere il manuale? Qualche indicazione gliela avrebbe fornita di sicuro. In fretta - per quanto glielo permettesse l’abbigliamento ingombrante dentro il quale sudava come in una sauna - salì in casa. Il libro «Nuova apicoltura mediterranea» era lì sul tavolo, a portata di mano. Sollevò la maschera, andò all’indice, trovò il capitolo Sciamatura naturale e cattura di uno sciame e, con il sudore che le velava fastidiosamente gli occhi e lo stato d’eccitazione che non accennava a placarsi, scorse con avidità il paragrafo Sciame agglomerato su un ramo che facevano giusto al caso suo. Le sembrò di aver capito, quantomeno ricordava alla perfezione ogni parola.
Corse fuori, prese la carriola, ci mise dentro l’arnia di riserva, la spazzola per le api, la tovaglia, le cesoie, riattivò l’affumicatore, e… ecco arrivare il figlio. Stai calma, fu la prima cosa che le disse. Mentre si preparava infilando maschera e guanti, lei gli ripeté quanto appena letto concludendo come da manuale: Bisogna evitare di far precipitare il glomere o parte di esso al suolo, altrimenti l’umore della api rischia di deteriorarsi. Capito? Lui fece di sì con la testa esortandola di nuovo a stare calma e concludendo: Tu pensa a fare il fumo, al resto penso io. Arrivati al pino, tolse l’arnia dalla carriola, la sistemò sotto lo sciame e, dopo un breve momento di concentrazione, vibrò un colpo secco sul ramo: lo sciame cadde sopra i longaroni dell’arnia. Un nugolo di api si librò nell’aria, il ronzio si fece alto, assordante, pauroso, e loro si trovarono immersi in un vortice di voli frenetici, scuro e vibrante.
Non senza stupore però, si accorsero che le api non erano aggressive, ma docili, che nessuna delle migliaia che ronzavano loro intorno cercò di pungerli o di aggredirli, che in realtà si affollavano intorno all’arnia dove, con grande fortuna, la regina era caduta. Mentre lei continuava con gli sbuffi di fumo il figlio, dopo aver tagliato con le cesoie i diversi rametti su cui erano rimaste aggrappate piccole quantità di api e averli scossi sopra i longaroni, le sospingeva delicatamente con la spazzola dentro l’arnia. Alla fine legò la tovaglia da un ramo all’altro per proteggerla dal sole e lasciare tempo alle ultime api di entrare in lenta processione nella nuova dimora.
A sera inoltrata, quando uscirono per «trasferire l’arnia, sigillata con cura, alla posizione definitiva», il buio del parco era morbido, punteggiato di lucciole, e il cielo pieno di stelle. Mentre lei con la pila faceva luce al figlio che la trasportava ci fu un momento in cui, girandosi per vedere se la seguiva, forse perché dipinta di bianco, l’arnia apparve nelle sue mani fosforescente come corpo celeste partecipe - e loro e la notte - dello splendore di lontane costellazioni.

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