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Il racconto della domenica

Io, il leone e la leonessa

Rubrica: il Racconto della Domenica

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Questa storia l'ho vissuta qualche anno fa, ma soltanto oggi, che sono riuscito a sorriderne con Brando e Giannino in una serata di compagnia e amicizia, mi ha preso il coraggio di raccontarla, scriverla.
Sognavo l'Africa. La Savana, la Giungla. Non per cacciare, niente armi, ma vedere e fotografare gli animali; nello specifico il Re della foresta: Sua Maestà il Leone. La belva più feroce e assetata di sangue. Il terrore delle guide indigene, dei cacciatori, dei turisti con il fucile spianato, che, alla prima carica del Re, se la danno a gambe levate e si cacano addosso. Avevo trovato due coppie e tre uomini compreso me, scapoloni, slegati da vincoli sentimentali o matrimoniali. Si era in sette. Eravamo scesi a Nairobi all'hotel Safari. Omapa, la nostra guida, ci portava al nord a vedere dove i cercatori d'oro avevano sperato di arricchirsi con la ricerca; si faceva ritorno in albergo alla sera. Si andava in jeep costeggiando la giungla. In quei giorni avevo scoperto che l'Africa era un afrodisiaco dell'umana curiosità, del voler andare oltre i limiti del nostro vivere cittadino. Scoprire il mistero della Natura. Muovere i piedi e gli occhi dove l'Africa fa paura a se stessa, popolata di animali, piena di paludi e zone di una savana che non perdona l'ingenuità del neofita e piega il destino a chi cerca l'impossibile risposta dove non possono esserci che domande.
Con Omapa avevo insistito con la mancia, che aiuta a oliare la volontà, e, con una jeep coperta e blindata, aveva accettato di portarci dentro la giungla. Il pericolo non mancava. Con la formale promessa di fermarci a visitare la chiesa indigena dentro la foresta.
Era chiamata Arakaj in omaggio al capo tribù che l'aveva fatta erigere: poco più di una capanna. Costruita con solidi bambù, foglie spesse e grasse dello spessore di un mattone tenevano e proteggevano la chiesetta dal sole e dalle piogge. I miei amici, senza di me, erano entrati a vedere, a visitare. Salutai e dissi che li avrei aspettati in auto. In chiesa c'era una funzione e l'attesa divenne noiosa, scocciante. Attesi un tempo lungo.
Spazientito scesi dalla jeep e mi allontanai a giusta distanza per saltare in macchina, se ci fosse stato un improvviso pericolo. Mi rendevo conto di essere nella giungla. Solo. Il gruppo era a messa. Mi ero allontanato dall'auto, quando, sulla soglia del bosco udii il ruggito di un leone. Avevo con me la macchina fotografica. Volevo immortalare il mio Re. Lo vedevo attraverso il fogliame in compagnia di una leonessa, la sua compagna forse, che faceva colazione con un capriolo sgozzato da poco e che teneva serrato fra le tenaglie delle fauci: non un trofeo, ma il pasto di un giorno in attesa di una nuova giovane preda. Avevo scattato velocemente qualche foto indietreggiando verso la jeep. Quando il bestione si decise ad attaccare, cinque quintali di muscoli e carne, avevo aperto la portiera barricandomi nell'auto mentre il leone era balzato contro il vetro infrangibile della jeep ruggendo, fissandomi con gli occhi duri e cattivi, le fauci dilatate, i denti gialli piantati in bocca come lunghi coltelli, il muso ancora imbrattato del fresco sangue del capriolo col quale doveva avere diviso il pasto con la sua amica leonessa. Il leone ruggiva con una profonda vibrazione rabbiosa, lunga, gutturale, fino a scuotere l'auto e terminare in un grugnito, un grave sospiro. Scomparsa la leonessa dalla mia vista, il leone iniziò a girare intorno alla jeep scuotendo la criniera, muovendo il testone e ruggendo a strappi cercando di individuare un modo per scuotere la jeep e stanarmi fuori per il prossimo pasto. Sudavo. Avevo paura e fu proprio in quel momento che attraverso il parabrezza vidi in cielo uno stuolo di neri avvoltoi che si avventava in picchiata per poi risalire sopra le nuvole verso lo sconosciuto infinito.
Di colpo il leone, come era spuntato, se ne andò, ciondolando la coda e la criniera. Beh, non vi dico il fetore che non riuscivo a trattenere dal mio ventre in completo subbuglio.

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