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Il racconto della domenica

Chi l'ha visto, Ulberto?

Rubrica: il Racconto della Domenica

Rubrica: il Racconto della Domenica

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Mancava un quarto a mezzogiorno. «Butta giù la pasta che vengo» fece Ulberto a sua moglie, il tempo di prendere le sigarette e parlare un briciolo con Berni.
Da quando aveva sofferto di esaurimento, a causa forse del suo nome, Ulberto, inusuale per quei posti, una chiacchieratina quotidiana con Berni dava coraggio.
Anche Berni aveva avuto l’esaurimento, ma con una gran volontà aveva messo in piedi «L’elefante», una tipografica editrice da far concorrenza fino a Milano, e avrebbe voluto Ulberto in ufficio. Batteva a macchina che c’erano in pochi con quelle mani da pianista, alle quali soltanto la sua apatia non dava importanza.
Anche perché il pianoforte lo stancava: secondo lui potevano farci dei tasti in meno, quanti ne bastano per chi non ha la pazienza di contarli.
Comunque qualcosa strimpellava e, strano, con la sua aria da funerale, metteva allegria. Così in diversi lo pregavano di non trascurarsi, Berni per primo: «Dai, almeno comincia. Pensi troppo. Fare fare e via, senza voltarsi».
Ma Ulberto aveva le sue manie, manomanie. Una, di dare una mano in casa, in quella vecchia colombaia, dar giù la polvere almeno.
La notte ci pensava e, più ci pensava, più ci ripensava. Ma al risveglio trovava che non fosse il giorno adatto: che ci voleva il giorno adatto...
Un po’ di colpa l’aveva Tonina, sua moglie. Non si faceva in tempo a dirle che ci sarebbe da… e Tonina l’aveva già fatto.
Mai che arrivasse dopo. Se avessero istituito il premio annuale dell’utilità, lei l’avrebbe vinto, tutti gli anni. Sai, quei premi da paese dove una deve dimostrare che strafa, non importa
se bene o male, strafaccia e va bene. Tonina non pensava, e se pensava
si fermava, e se si fermava le veniva l’angoscia, e piangeva che nessuno aveva bisogno di lei, che nessuno le aveva mai insegnato niente e messa nelle condizioni di essere desiderata secondo il merito. Per questo si affannava.
Ulberto l’avrebbe vista volentieri sbadigliare, glie l’aveva detto, e lei si offendeva. Lui però adesso sentiva ogni giorno di più le esortazioni di Berni tornargli in mente, fare fare, via senza voltarsi. E a casa non tornò, ne facevano anche a meno di un Ulberto, se la cavavano con l’eredità del nonno Arturo, «Il Maresciallo», un personaggio, con due baffi senza fine che gli avevano portato bene. E pare che Ulberto si mettesse come accompagnatore di una cantante da caffè, una bionda in carne che andava e veniva dal Sud America.
Forse erano pettegolezzi, la moglie non ne sapeva. Dopo un paio di mesi arrivò un tele: «Ulberto deceduto per febbre gialla», in Brasile. O in Argentina?
È facile confonderli, due posti di bistecche braciole costate e filetti, due posti uguali, cioè perfetti, di qua o di là. Ma più di tanto in casa non ci potevano ragionare: paesi belli ma troppo grandi per loro.
Anni dopo ricevettero anche una foto: Ulberto, ingrassato, molto, due baffoni lunghi mai avuti, sbucava da una botte, e in basso una scritta a mano «Sto bene».
Difficile capire se fosse di suo pugno, difficile anche per la famiglia. In cimitero la lapide non lasciava dubbi: «febbre gialla».
Così che si è formato un caso: ancora oggi sui giornali, in televisione su «Chi l’ha visto?», anche nella «Settimana enigmistica», c’è sempre qualcuno che assicura di aver incrociato Ulberto in partenza o in arrivo, con dei valigioni; ma senza la cantante bionda. Punti oscuri che ci riportano a quanto Ulberto aveva detto, «Butta giù la pasta», e non era tornato per l’ora di pranzo.
Che cosa gli avrebbe fatto cambiare idea? Che Tonina avesse risposto, con sufficienza tollerante, «Già buttata».

 

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