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Il racconto della domenica

Il congedo dell'ape regina

Rubrica: il Racconto della Domenica

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I fiori aprirono la corolla. Un’alba bianca come latte saliva nel cielo dove le ultime stelle e una gialla luna impallidivano. S’udì nel candido silenzio un grido altissimo di guerra, - Battaglione, alt. State pronte, avanti -.
I fiori allungarono i petali, e osservarono.
Un’ape guerriera guidava un esercito disciplinato.
Il Ragno Verdino era salito di notte all’alveare dove la Regina stava deponendo le uova; si era messo a tessere la sua grigia tela sull’oro profumato dei favi. La generalessa Ape Nera disse: - Avanti: la Regina corre un grande pericolo e con lei tutto il nostro regno - . Le api drizzarono il capo e risposero : - Siamo pronte -. Si mossero muovendo appena le ali. – Voi a destra, voi a sinistra, disse l’Ape Nera, lo accerchiamo -. Il Ragno Verdino capì il pericolo, ma era troppo tardi. Le api gli furono addosso: esso disperatamente si difese, ma l’Ape Nera lo infilzò con il pungiglione. Verdino cadde nella sua tela. L’Ape si drizzò; il pungiglione era rimasto nel corpo peloso del ragno: essa non avrebbe più potuto vivere, lo sapeva… Radunò l’esercito e disse: - Io muoio. Lascio a voi il compito di difendere con onore l’alveare. Siate unite e abbiate coraggio. Eleggete una nuova generalessa e ubbiditele. Essa vi guiderà, lo sapete - . Sbatté un’ultima volta le ali e morì. Il sole intanto si era affacciato all’orizzonte e udì, quel mattino, un triste ronzio nell’aria. – E’ morta l’Ape Nera, lo informarono i fiori, è morta in guerra -. L’Ape Rossa fu eletta generalessa. Disse: - Avanti, dobbiamo portare lontano i corpi dell’Ape Nera e del Ragno Verdino. Lasciandoli lì infetterebbero l’alveare. L’Ape Nera delicatamente fu portata lontano e deposta tra erbe e fiori. Il Ragno Verdino fu abbandonato in un cespuglio, senza onori e senza gloria.
Intanto l’alveare si era svegliato. Uscirono dai favi le giovani operaie per il quotidiano lavoro. – E’ morta l’Ape Nera, dissero, è morta l’Ape Nera -. Intorno fu un lungo brivido d’ali e d’antenne.
Occorre costruire una valida difesa, disse l’Ape Rossa, nessuno dovrà più entrare nell’alveare -. Le api operaie partirono in cerca di nettare e di polline. Comunicarono alle api rimaste all’alveare che poco distante c’erano molti fiori. Formarono un cerchio d’oro nell’aria; una loro scrittura che le api lessero e capirono.
Tornarono e all’ingresso dell’alveare costruirono alte colonne di cera a brevissima distanza fra loro: un vero muro di difesa. Gli spazi appena appena permettevano il passaggio di un’ape. Disse un fiore a un’ape operaia: - Raccogli pure, chissà quanta cera ti occorre oggi -. – Grazie, rispose l’ape, ma tu sei in errore. La cera non la troviamo sui fiori, come tutti credono, la produciamo proprio noi, nel nostro organismo, secernendola allo stato liquido, durante il riposo, da ghiandole poste negli anelli dell’addome. A contatto dell’aria, la cera si solidifica. – Non lo sapevo – rispose il fiore meravigliato. L’ape tornò all’alveare dove ormai la vita riprendeva regolare e ordinatissima.
Le api lavoravano tutte, silenziose e attente. Soltanto i fuchi, tozzi e scuri, se ne stavano tutto il giorno a bighellonare, senza fare niente. Non avevano neppure il pungiglione, poveracci; pigri com’erano non sarebbero certo stati capaci di adoperarlo. L’Ape Regina, dalle grandi ali e dal lungo dorato addome, deponeva le uova nelle celle preparate apposta; ma era triste. Disse alle damigelle che l’assistevano: - Io sono vecchia e l’arnia non è più sufficiente a contenerci tutte; quanti giorni mancano alla nascita di una nuova Regina? - - Pochi, Madre, risposero le damigelle, oh – non lasciateci. Voi siete buona, dolcissima Madre. Che cosa mai faremo senza di voi? –
- Così deve essere, rispose la Regina, chi vorrà venire con me? Troveremo un propoloso salice e un ruscello e lì ci fermeremo. Quanti giorni mancano perché nasca una Regina? - - Due giorni, dolcissima - risposero le damigelle. Allora la Regina lasciò le celle; volò tristemente e si fermò all’ingresso dell’alveare.
Tra le api ci fu una grande agitazione. La Regina disse: - Vi lascio, nella sua bianca crisalide, una nuova giovane Regina. Me ne vado. Se qualcuno vuole seguirmi mi segua. La mia vita è ormai breve. Ho vissuto quattro anni. Sono molti -. – Fermati ancora, Madre, pregarono le api, non lasciarci -. –Non posso, rispose la Regina, l’avvenire dell’alveare conta più di me stessa e dei miei sentimenti. Non posso! –
Se ne andò seguita da uno sciame di api affezionate.
Intanto nell’alveare la crisalide si aprì. Ne uscì una nuova bellissima Regina. Le api la guardarono ammirate.
La Regina uscì dall’alveare e volò così in alto che nessuno più la vide.
Soltanto i fuchi la seguirono.
Le api prepararono le celle, verniciarono l’alveare con l’adorata propoli.
La Regina sarebbe presto tornata dal suo azzurro volo nuziale.

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