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Il racconto della domenica

L'isola della solitudine

Rubrica: il Racconto della Domenica

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Un mattino di primavera Topsi lasciò le coste della California: ormai l’aria era tiepida, il sole si faceva sempre più caldo. Topsi capì che l’inverno era finito. Sognava il cielo nebbioso della zona Artica, sognava l’Isola della Solitudine. Le foche d’inverno lasciano le isole Artiche e vanno a svernare in paesi lontani; a primavera tornano. Topsi nuotava nell’Oceano Pacifico: la sua bella testa dagli occhi turchini frangiati da lunghe ciglia, usciva dalle onde tranquille del mare; le pinne si muovevano con ritmo sempre uguale. Migliaia di chilometri la separavano dall’Isola della Solitudine, ma Topsi aveva molta resistenza. Si fermava per mangiare le bianche seppie e per dormire, distesa sul dorso, cullata dalle onde. Nuotò giorni e giorni al largo. Un mattino riconobbe lontanissima l’immensa Groenlandia. Nuotò verso l’Isola della Solitudine, tra le Terre del Nord e l’Arcipelago di Francesco Giuseppe. L’ansia di arrivare non le faceva sentire la stanchezza: Pilco l’aspettava certamente. L’aveva lasciato in autunno, nel periodo della migrazione. Gli aveva detto: «Ci rivedremo a primavera». Pilco, molto più grande e grosso di lei, l’aveva a lungo guardata allontanarsi. Era triste. Topsi vide emergere dalla nebbia l’Isola della Solitudine. Nuotò velocemente. Molte foche erano già arrivate. La spiaggia era coperta di un’arena grigia, monti rocciosi dal colore dell’acciaio s’alzavano nell’isola e si perdevano nell’acqua cupa.
Grandi pezzi di ghiaccio galleggiavano nell’acqua perlacea, un freddo delizioso era intorno. Pilco l’aspettava. Come la vide si tuffò e le andò incontro: «Bene arrivata» le disse. «Finalmente - rispose lei - finalmente insieme». «Ho già segnato i confini di casa - disse Pilco - vieni». La condusse in un punto della spiaggia dove un bel quadrato di terra era ormai di loro proprietà. Topsi ora sentiva una grande stanchezza. Tornò in mare per dormire. Si addormentò sulle onde che la cullavano. Dormì parecchie ore. Finalmente riposata uscì dal mare e camminò sulla spiaggia. Camminava con grazia appoggiando le pinne anteriori a terra e trascinando le posteriori, riunite. Inarcava la schiena a ogni passo, tenendo la testa alta. Era felice. Sentiva che molto presto le sarebbe nato un figlio. Pilco l’attendeva al confine di casa. Insieme fecero il giro dell’isola, parlando del più e del meno. L’isola era ormai piena di foche. Ogni famiglia possedeva la propria casa e ne era gelosissima. Una fitta nebbia era intorno, ma il mare era abbastanza calmo. Volavano qua e là cormorani e gabbiani; le anatre delle nevi si muovevano goffamente sulla spiaggia. Molte foche erano già nate: le madri le allattavano e le cullavano con tenerissimi occhi. L’indomani anche Topsi divenne mamma. Sua figlia esibiva una pelliccia nera e lucida, gli occhi erano grandi, luminosi. Pilco la guardava con orgoglio di padre. «La chiamiamo Pilla?». «Va bene» rispose docile Topsi. Pilla succhiava il latte materno con avidità. Ogni giorno ingrassava. Topsi e Pilco decisero di lasciarla sola: desideravano fare un bagno. S’avviarono verso il mare. Pilla uscì di casa e andò a giocare sulla spiaggia con altri piccolini. Camminavano goffamente tutti allo stesso modo ed erano tutti uguali. Come avrebbe fatto Topsi a riconoscere sua figlia? Topsi, quando tornò, la riconobbe subito, tra centinaia di piccole foche e la riconobbe dalla voce. Senza esitare si diresse verso di lei, l’afferrò per la collottola e la riportò a casa. «Sei ancora troppo piccina per andartene in giro» le disse. Così i giorni passavano, ogni tanto una burrasca alzava paurosamente le onde del mare e il cielo si faceva nero e minaccioso. Poi tornava tutto tranquillo e un vastissimo silenzio, rotto ogni tanto dal grido dei gabbiani, circondava l’Isola della Solitudine. Pilla era ormai una foca grandicella; usciva sola, ma continuava a nutrirsi del latte della mamma. Soltanto in autunno, quando avrebbe lasciato l’isola per migrare verso luoghi più clementi, il pesce sarebbe diventato il suo unico nutrimento. Ormai la nebbia si faceva sempre più fitta e il cielo s’incupiva; raffiche forti di vento arrivavano dal nord sibilando, l’Isola della Solitudine era un punto scuro nel mare burrascoso. Era finita la breve estate artica: era tempo di migrare. Topsi e Pilco non sarebbero partiti insieme. Così voleva la legge delle foche. Si sarebbero rivisti nell’Isola della Solitudine a primavera. Così ogni anno, fino all’ultimo della loro vita.
«Andate - disse Pilco - è ormai tempo». Topsi e Pilla lo salutarono. Anch’esso avrebbe lasciato l’Isola della Solitudine per ritornare a primavera.

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