Il racconto della domenica

Le tre ragazze

Le tre ragazze
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Era tutto impresso come su una pellicola. Un film che da tempo affiorava a fotogrammi nella sua mente già adulta. Come comporre quel tempo così lontano e a lei così caro e vicino? I ricordi di quando aveva sette anni iniziavano a farle incontrare la vita. Come erano belle ed eleganti le tre ragazze che abitavano la villetta vicino a casa sua. C’era Zora la rossa, Magda la formosa e Liliana con quei neri capelli all’Alida Valli. La villetta aveva una piccola scalinata, ai lati vasi sempre in fiore, e le sere d’estate Zora, Magda e Liliana canticchiavano le canzoni d’allora: «C’era una strada nel bosco» e «Tornerai». La bambina stava ad ascoltare i discorsi dei grandi, non sempre benevoli con quelle tre figliole. Era una famiglia strana. La madre non disdegnava mostrarle e il padre sempre fuori casa, nei grandi alberghi a fare il maitre. Anche la loro vita sembrava da Grand Hotel. E la bambina osservava e s’incantava. Zora aveva un bel fidanzato che veniva da fuori, alto, bruno, con una barba folta, quasi corvina. Erano gli anni della Seconda Guerra Mondiale, gli eventi incalzavano. Ugo Aprile, il bel tenebroso, divenuto marito di Zora dopo un’affrettata riparazione, dicevano che fosse un vero attivista, quindi la villetta era ormai presa di mira dai partigiani. Ogni giorno la bimba era testimone di fatti strani. Era cresciuta in un periodo in cui non esisteva la normalità. Il papà era lontano, «a fare la guerra» diceva il nonno in tono severo, mentre la nonna e la mamma sferruzzavano tutto il giorno sciarpe e calzettoni di lana.
Intanto le ragazze della villetta si divertivano. La sera uscivano con quei begli abiti lunghi, sfavillanti di paillettes, i tacchi alti che le facevano statuarie. Andavano al circolo degli ufficiali, dove lo zio Vinicio, simpatizzante del regime, le aveva presentate. Vinicio era un uomo ambiguo, alto, snello, un volto enigmatico, forse per colpa di quell’occhio di vetro perduto da ragazzo in un gioco pericoloso. Pericoloso era anche quel suo strano matrimonio con la signora di Milano. Piccola, grassottella, capelli corti e ricci tra il biondo e il ramato. Aveva un bambino, Armando, si diceva fosse figlio di un grande personaggio che sborsava fior di quattrini per il silenzio. La signora a Milano aveva una grossa rendita. Forse una casa di piacere? Arrivava in paese ogni mese con una grossa macchina guidata dall’autista, rimaneva per poco tempo. Per le tre ragazze era una miniera d’oro, e lo zio Vinicio se ne compiaceva.
Magda era scatenata, libera da ogni impegno sentimentale, pronta a ogni avventura. Quei decolletés provocanti erano un buon passaporto e le apparenze non erano certo amiche di questa voglia di vivere.
Liliana era la più romantica, aveva un fidanzatino, il figlio del medico del paese, Pierluigi. Aveva preso una bella cotta. Vederli in giardino, mano nella mano, rubarsi un bacio dietro a quel pino che il lampione della strada nascondeva sollecitava la curiosità della bambina. Chiamato al servizio di leva, Pierluigi lasciò Liliana inconsolata, ben protetta dal suo più caro amico, Baracca, che in pochi mesi trasformò quell’affettuosa amicizia in una grande passione. Liliana e Baracca ebbero una relazione tormentata che li portò, a guerra finita, in Argentina.
Ora, nella mente della bambina, i ricordi di quella sera si fanno più nitidi. Pippo sorvolava a bassa quota il paese. Gli alleati stavano per liberarli. La villetta sembrava circondata da ombre scure che si muovevano in un silenzio spettrale. Sulla strada, un uomo con la sigaretta tra le dita camminava disinvolto. La luce di una pila gli abbagliò gli occhi, una voce chiese: «Dove abita Ugo Aprile?». L’uomo dalla barba corvina intuì. Disse prontamente: «Più avanti, in quella villetta». Così ebbe salva la vita, fuggì e per lungo tempo di lui non si seppe più nulla. Zora era rimasta sola con un bimbo in grembo. Magda, una notte, tornando a casa dai soliti festini, piangeva e gridava, l’abito di strass era strappato, le mani strette a coprirsi il capo, ma i capelli non c’erano più: l’avevano rapata a zero. Il marchio per chi frequentava gli amici del regime.
«Perché, nonno?» chiedeva la bimba.
«E’ la guerra più terribile, ancora di più che se ti puntassero una pistola al cuore. Quella casa è bollata per sempre».
Di Zora, Magda e Liliana le rimarrà nel tempo un pensiero meno triste, e un desiderio di sapere, di conoscere. Dove saranno le tre belle ragazze della villetta?
Nel cassetto dei ricordi c’è una foto di bambina con un grazioso abitino di organdis azzurro a minuscoli fiorellini bianchi. Sulle spalle tanti volants sovrapposti da sembrare due ali. Ora sente ancora la sua voce piccina: «Mamma, voglio il vestitino dalle alette». Era stato un regalo, lo avevano indossato da piccole le tre ragazze.

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