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Il racconto della domenica

La vacanza di Pippo

il Racconto della Domenica

Rubrica: il Racconto della Domenica

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L’asinello dello spazzino passava ogni giorno per le vie del paese tirando il carretto. Usciva dal borgo ch’era appena chiaro e tornava a mezzogiorno: «Forza Pippo - gli diceva lo spazzino ch’era vecchio e in casa aveva soltanto l’asino - siamo arrivati». La stalla era fresca e l’asinello si coricava sulla paglia. Ma presto cominciava un altro giorno. «Arriva Pippo - dicevano i gatti del borgo - buongiorno Pippo!». «Buongiorno» rispondeva l’asino ancora pieno di sonno. Si fermava sulla porta di casa - e una e due e tre - mentre le donne uscivano con la spazzatura. Poca roba, in verità. «E’ pesante il carretto?» chiedevano i gatti. «Beati voi» rispondeva Pippo, che ve ne andate tutto il giorno sui tetti. Poi tirava avanti. Un passero l’aspettava sul filo della luce e gli diceva: «Come stai, Pippo?». «Non c’è male» rispondeva Pippo guardando in su, non c’è male. «Il sole scotta oggi - sottolineava il passero -sei stanco?». «Un poco» rispondeva l’asino. «Se fossi capace ti aiuterei - replicava il passero, ma sono troppo piccolo. Peccato!». «Eh… lo so - rispondeva l’asino - ma almeno mi canti le belle canzoni ; che cosa hai visto nel bosco?». «Gli scoiattoli che fanno l’altalena sui rami, le volpi che corrono come pazze e i leprotti che saltano». «Che bella vita!» sospirava l’asinello. «E nel prato?». «Nel prato ci sono le mucche che tirano il carro». «Anche loro - sospirava l’asino - poverette! Chissà perché le mucche e gli asini non sono liberi come gli uccelli». «Chissà» rispondeva il passero. «Avanti Pippo - diceva lo spazzino, accarezzandogli la testa - avanti, ci siamo!».
Una strada, un’altra strada, finché dal campanile suonava mezzogiorno. A volte lo spazzino veniva nella stalla a mangiare la sua scodella di minestra. «Almeno ci sei tu, diceva all’asino, cosa vuoi siamo solo tu e io al mondo». «I… oo» rispondeva Pippo. Poi si coricava sulla paglia, chiudeva gli occhi e sognava il bosco. Lo immaginava tutto verde, con l’erba alta e un buon profumo di fiori. C’era forse un ruscello dall’acqua fresca: che bellezza bere un sorso di quell’acqua! E correre, libero fino a sera; poi dormire sotto un albero e aspettare un altro giorno. Invece il mattino dopo c’era il carretto vuoto che occorreva riportare pieno fino all’orlo. Così, sempre. Un giorno una farfalla si posò su un’orecchia di Pippo e gli mormorò: «Perché non abbandoni tutto e non vieni anche tu nel bosco? Vedrai che meraviglia!». «Davvero?» disse Pippo. «Davvero - rispose la farfalla - c’è una pianta di pesche, colorata come una pittura, che ogni giorno lascia cadere qualche frutto. Sono buone sai le pesche! Le hai mai mangiate?». «Mai. E c’è anche il ruscello?». «Un ruscello - rispose la farfalla - dall’acqua chiarissima. E’ così pulita che ci fanno il bagno». «Oh...» fece Pippo. Una notte ruppe la corda che lo legava, spinse l’uscio della stalla e fu nel borgo. La luna bagnava i sassi come fosse giorno. Pippo girò la testa e vide la casa nera che dormiva. Toc-toc fecero gli zoccoli nel silenzio del borgo, toc-toc fecero sulla strada bianca che conduceva al bosco. Il bosco… pensò Pippo con il cuore che gli batteva. Trotta e vai, vai e trotta vide il bosco con la luna che camminava tra i rami alti e le stelle che si specchiavano nel ruscello. Pippo non dormì; vide l’alba colorare il cielo e gli uccelli svegliarsi: «Sei venuto!» gli disse la farfalla. «E’ arrivato Pippo!» raccontò la farfalla al bosco. Pippo brucò l’erba dolce, bevve l’acqua fresca, corse come un matto e si grattò la schiena sul tronco degli alberi. Quale felicità. Poi si coricava sotto una pianta e allora… senza volerlo… pensava al padrone. Chissà dove va a mangiare la sua scodella di minestra. E gli si stringeva il cuore. Chi gli tirerà il carretto, pensava Pippo. Ma c’era il sole che giocava tra i rami e il ruscello che lo chiamava: mirr-murr, vieni a bere. C’erano tra l’erba le pesche saporite e… la libertà: correre, saltare, trottare. Un giorno venne il passero: «Pippo - chiamò - Pippooo!». «Ciao - gli disse l’asino - sei venuto anche tu?». «Sono venuto a dirti che il tuo padrone piange e ti chiama: Pippo, dove sei Pippo». «Piange?» chiese l’animale. «Piange e ripete: io al mondo avevo soltanto Pippo e se n’è andato!». «Aveva soltanto me, disse Pippo, mangiava con me anche la sua scodella di minestra. Chi gli tira il carretto?» chiese Pippo. «Se lo tira da sé, rispose il passero, ma sai quanto è vecchio: ogni tanto inciampa». Pippo salutò il bosco: disse addio all’erba dolce, alle piante frondose, al ruscello limpido. Disse addio agli amici, a tutti gli amici. Il padrone mangiava la sua scodella di minestra nella stalla vuota. Il cucchiaio gli rimase fermo nella mano, dagli occhi sgranati scesero molte lacrime. «E’ tornato Pippo, urlò. Pippo, lo sapevo che saresti tornato». L’asinello e lo spazzino si videro per sempre insieme lungo le vie del paese.

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