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Il racconto della domenica

Tana, fuori tutti!

Tana, fuori tutti!

Rubrica: il Racconto della Domenica

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La bambina e i suoi compagni erano attratti da quel grande magazzino che conteneva materiale da costruzione e sorgeva proprio dietro la casa cantoniera. Si ritrovavano spesso lì per giocare «a tana».
Il gioco più antico del mondo: povero, ma ricco di una fantasia maliziosa.
A trovare il posto giusto ci voleva astuzia per chi si doveva nascondere a quegli occhi chiusi contro il muro, e poi toccava a lui usare l'ingegno nella ricerca.
Dopo c'era la prova finale, lo scatto veloce per arrivare primi a quel muro. Si doveva fare tana. Fuori tutti!
La tana era la colonna che reggeva il cancello del magazzino. Nel grande cortile c'era una palazzina padronale adibita a ufficio. Tutt'intorno grossi tubi di cemento, vasi da giardino dove neanche la testa di un bambino si poteva vedere emergere. 
Grandi mucchi di sabbia. La bambina giocava con quella polvere grigia impastando tortini, ma il suo pollice destro, quello che usava per la ninna nanna e aveva la pelle lisa dal tanto succhiare, s'infettò. In casa Bianca e la nonna approfittarono di questo incidente: «Non metterlo più in bocca, il dito si è avvelenato!». E lei piangeva, piangeva.
Dopo qualche giorno di silenzio forzato, Paride disse alla bambina coccolandola: «Rimettiti in bocca il tuo ditone! Dormi, sta' tranquilla!». Poi si giustificò: «Smetterà, smetterà...».
Amleto gestiva il magazzino: era un uomo sui cinquant'anni, con il berretto sempre calato sugli occhi. Era buono, faceva finta di niente quando i bambini invadevano il cortile per cercare di nascondersi.
Il padrone, il vecchio Manilio, era più severo, anche per ragioni di sicurezza.
Ma al magazzino ci andava poche volte durante la settimana, e portava sempre con sé la nipotina Giovanna che si aggregava ai bambini, anche se in casa di giochi costosi ne aveva parecchi. La bambina le invidiava quelle bellissime bambole di porcellana con lunghi capelli veri che si potevano pettinare. Giovanna era poliomielitica. Un parolone.
Per loro era la bambina che non poteva correre, portava un alto stivaletto di pelle, ma zoppicava.
Un giorno regalò alla bambina del casello un bambolotto che apriva e chiudeva gli occhi, e scuotendolo diceva «mamma».
Giovanna aveva fatto felice la sua amichetta che giocava soltanto con bambole di pezza. Ora, insieme, si sarebbero nascoste per la tana.
Una volta la bambina sentì la nonna e la zia che parlottavano davanti alla finestra.
La nonna diceva: «Vedrai che oggi il cancello di Manilio rimarrà chiuso, sta arrivando la ruffiana...». Incuriosita la bambina guardò quella donna che stava entrando nel magazzino.
Alta, magra, dimessa, il viso arcigno. L'aveva notata altre volte: come diceva la nonna, a una certa ora del pomeriggio accompagnava una grassona flaccida, con un vestito dalla grande scollatura.
Manilio chiudeva tutto, anche le finestre della palazzina. E per quel giorno non si giocava «a tana».
Così, assieme ai compagni, diventò un'abitudine osservare quei segnali e quei passaparola, e poi gridare: «Oggi andremo a giocare nei fossi di Mingori, è arrivata la ruffiana!». La bambina capì con gli anni che cosa avevano significato quelle visite per il vecchio Manilio, che non voleva cedere all'età il desiderio di una triste virilità rimasta.

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