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Il racconto della domenica

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Rubrica: il Racconto della Domenica

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Si era gettata sotto la doccia per togliersi il sudore che si appiccicava alla pelle, cancellare l'odore del ristorante dove aveva cenato, ristabilire l'equilibrio tra il suo corpo, il cervello e il cuore.
Si era infilata l'accappatoio e asciugata e, camminando con le rosse ciabattine che si era portata con sé, si era seduta nel bagno a pettinarsi.
Il pettine le dava una vertigine lungo la schiena e le vibrazioni la tenevano sveglia: era come quel momento di emozioni e sensazioni che aveva provato vicino ad alcuni colleghi. Ma con uno di loro, Alfio, dopo che si erano presentati e avevano parlato guardandosi negli occhi, era sorta una reciproca confidenza. Tutti e due si erano accorti della propria solitudine, mentre godevano la dolcezza di una sera che poteva essere ricordata per tutta la vita. Pensava: il cuore può battere più di una volta. Le cose, le belle novità, non si promuovono: nascono dal caso, dall'impossibile, da uno scarto di relatività, da una nuvola imboscata nei paesaggi più gelidi e ombrosi. E il sole, abbandonata la sua pigra indolenza, portava calore e nuovi progetti, speranze, fermento non più di chiacchiere inutili, ma di gesti che segnavano un evento anche nella misura di una sola giornata o di una notte.
Dopo un giorno di lavoro trascorso insieme, Clarissa aveva rivelato ad Alfio il numero della sua camera dove aveva preso alloggio.
Non pensava, in tal modo, di dare scandalo. D'altra parte, non intendeva condurre la propria vita su quel percorso di piccole virtù che, a volte, nascondono l'inferno dell'anima. Non poteva usare il bilancino del gioielliere per pesare i frammenti della sua interiorità, i milioni di lamelle incandescenti che divoravano il suo sentire e la volontà che non poteva mettere a tacere, censurare, siliconare nella repressione e nel silenzio, nella misura di un momento, di una scelta che spettava soltanto a lei.
Aveva acceso l'abat jour del comodino e fumato una sigaretta. Spenta la luce, il silenzio l'accompagnava nel buio attraverso la notte.
Clarissa non si sentiva infedele, bensì intrepida, libera e, in un certo senso, cattiva. Della dolce cattiveria del corpo che soggiace alla carne fuori dalle mura domestiche, del sottile impeto che non ha niente da pagare, che non ha debiti da regolare per mettere in pareggio il bilancio. La vita domestica di Clarissa era regolata così. Con Duilio, suo marito, era tutto così aritmetico: una contabilità precisa alla quale non sfuggiva mai una virgola, e lei stessa era incapace d'imbarcarsi in una spesa d'istinto.
Lei non si lamentava, era una sua scelta. Dopotutto non le mancava niente e Duilio le lasciava lo spazio e la libertà di seguire i convegni della propria azienda. Era lavoro, era il suo lavoro. Ne aveva bisogno per se stessa e per dare alla casa non un tono ambizioso ma di discrezione familiare e sociale.
Era a letto. L'idea della tenerezza che aveva scorto negli occhi di Alfio le eccitava leggermente i sensi: non era, per lei, qualcosa di sporco, ma era la sensazione di una lucidità che la rendeva meno incerta di ciò che faceva. A tavola lei esitava e lui le aveva preso la mano stringendola dentro il calore del solo sangue, promettendole sorrisi e baci soltanto per lei. La vita, il passato e il futuro, erano davanti a Clarissa come lo specchio d'acqua di un lago all'inizio dell'estate. Attendeva la barca e l'uomo che con l'agilità e la forza dei suoi muscoli avrebbe remato e l'avrebbe portata al largo, libera delle radici, dei giuramenti assoluti. Clarissa era consapevole di portare con sé qualcosa di segretamente prezioso e imperscrutabile. Non le era permesso rivelarlo senza cadere nel pozzo delle incomprensioni degli altri e sentirsi più debole e vulnerabile; e senza correre il rischio di non potersi difendere dalla paura che sempre l'accompagnava. Ora l'ascensore aveva terminato la sua corsa. Alfio bussava alla porta.

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