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La luce nell'ombra

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L'avvocato elegante e belloccio non la stava ascoltando. Eppure si trattava di una causa semplice. Ma la sua dovizia nel narrare la diatriba non era stata considerata: il professionista non aveva nemmeno letto la memoria che Alba gli aveva inviato. Oltretutto sembrava avere molta fretta di congedarla: erano quasi le 18 e l’avvocato era aspettato per l’aperitivo. Alla ragazza non era sfuggita la telefonata ricevuta proprio di fronte a lei. Vistosamente delusa, decise di accomiatarsi. Con amarezza rifletteva su quanta superficialità albergasse negli umani in quel momento epocale: tutti si lamentavano, ma nessuno era disposto a concedere un attimo all’altro (nemmeno a pagamento). E’ vero lei pure era preda dell’ottimizzare e conscia che non poteva sfilarsi dall’ossessione di guardare spesso lo smart phone, ma almeno sul lavoro o quando era in compagnia, si era imposta di non farlo. «Destiniamo l’attenzione», si ripeteva spesso. Per coerenza, per educazione, per chiarezza della vita stessa. Sbocciava la sera e un vento tiepido carezzava la città. La rabbia e la delusione di Alba si stemperavano nell’ora blu, quel momento magico in cui la luce trascolora nell’ombra. Si era a maggio, e al Parco Ducale, faceva già caldo ma c’era una dolcezza insolita che pervadeva tutto il paesaggio. Palazzetto Eucherio San Vitale era lì davanti a lei, in tutto il suo splendore con quelle torri avanzate che sembravano tagliare l’aria. Alba rigirò tra le dita il piccolo cartoncino raccolto per strada, che invitava alla mostra sulle Ninfe. Un evento inaspettato: non ne sapeva nulla fino a un attimo prima.
Alla fermata del bus su viale Toschi aveva inavvertitamente ascoltato una conversazione tra due ragazze davanti al liceo artistico. Una delle due era molto arrabbiata per non poter assistere a quella vernice. L’amica guardava facebook e aveva lasciato cadere un biglietto dalla borsetta. Alba si era incuriosita. Le piaceva captare parole e messaggi nell’aria. Non per sapere i fatti della gente, bensì per un innato amore verso Pessoa quando affermava… «poter essere tutte le genti di tutto il mondo». Certo era uno strano desiderio. Le due studentesse poi avevano accennato a un saggio sulle Ninfe da cui partiva l’opera di una pittrice parmigiana che aveva inteso esaltare la corporeità di queste piccole dee con la pittura, la fotografia e la danza. L’evento sarebbe iniziato di lì a poco. «Ci vado», pensò. Aveva deciso di seguire il suo desiderio: colmare un vuoto. La grande arte spesso ci dice: «guardami e scopri cosa posso dirti». Si stava per iniziare e un’eterogenea folla di persone si era radunata davanti alle statue del Boudard: dalle finestre a candelabra uscivano le note setose di Monteverdi coronate dalla voce di una soprano capace di fioriture e altezze impervie. La magia includeva una bellissima pittrice dai capelli inebriati di sole. Fasciata in un abito di seta accoglieva i presenti con le faville del suo sorriso. Alba sgranò le iridi, felice: tra i quadri e le fotografie le ninfe dialogando con gli affreschi del palazzo, sembravano uscire dal mito. Non più entità divine ma donne in cerca d’amore terreno, nella lotta eterna con una dimensione che le elevava e le annientava al contempo. Queste ninfe erano vive, emerse finalmente dalle radici di una «umafeminità» finalmente riconosciuta e non più negata. Alba sapeva poco o nulla di queste creature, ma le tornò alla mente la Baia delle Sirene e la leggenda di una ninfa di nome Stella trasformata in scoglio per non aver ricambiato l’amore di un discendente del Fauno Satiro. Di lì a poco e senza interrompere l’alone di bellezza che circonfondeva l’evento, una creatura esile iniziò a danzare su quelle note che avvolgevano di nostalgia sensuosa tutto il palazzo e ricadevano sul pubblico: era una fanciulla gardenia, bianca e delicata. Era la ninfa generata dal pennello ora spumeggiante, ora roccioso della pittrice. Lei l’aveva creata e aveva donato ai movimenti della ballerina la certezza di cosa era stata e di cosa voleva essere.
Era un momento di grande poesia nato da silenzi, da meditazioni, da complicità femminili, dall’immobilità, ma soprattutto dall’ascolto. Tutto ciò aveva generato la cascata emozionale che svelava più di un mistero. Alba avvertì una specie di linfa che le nutriva il corpo. Era una sensazione così bella in tutta la sua vetrosa fragilità che la ragazza non avrebbe voluto separarsene. In maniera forse diversa, quella sensazione fu percepita anche dagli altri, si era infatti creata una sorta di connessione fatta di stupore e gioia tra i presenti e la prova ne fu un applauso fragoroso che li unì tutti: il bello aumenta il bello. Questo evento ne fu un’ennesima conferma.

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