Il racconto della domenica

Beppe, un ragazzo rimasto bambino

il Racconto della Domenica

Rubrica: il Racconto della Domenica

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Beppe, in paese, lo conoscevano tutti. Era un ragazzo rimasto bambino, dopo una nascita faticosa che gli aveva leso alcune parti del cervello. Cresciuto in una famiglia di povera gente, che però non aveva tralasciato ogni cura per poter vedere il loro figlio normale, così divenne il ragazzo al quale tutti avevano imparato a voler bene, anche con i suoi difetti. Di linguaggio e di comportamento.
Nessuno lo derideva, anche se qualche sorriso ci scappava. «Beppe, quanti anni hai?» gli chiedevano. «Io sono grande e non so» rispondeva. Aveva un viso dolce, da bambino, quasi angelico, con le gote sempre rosse come due pomelli. Gli occhi erano piccoli e azzurri, e la statura media, come un piccolo adolescente.
Alcuni paesani che conoscevano bene la famiglia dicevano che avesse una trentina d'anni. L'abbigliamento sembrava da collegiale, di un colore grigio-verde, e nei mesi freddi portava un tabarrino corto che non arrivava al fondo schiena.
«Dove corri, Beppe, così fretta?» gli domandavano.
«Io in fondo dalla Ricciotta» rispondeva.
Era un negozio sul corso principale dove si vendevano giocattoli, dolci e giornali. Lui non chiedeva niente, era molto dignitoso, ma la Ricciotta un dolcetto glielo allungava sempre. Beppe era attratto dalle copertine colorate dei settimanali sulle quali c'erano immagini di belle ragazze. Con un sorriso innocente, parlando tra sè, ripeteva: «Belle, belle gambe, toccare, toccare...». Gli ormoni erano svegli. Infatti aveva l'abitudine di seguire le giovani per gridare «Belle, belle...», e quando poteva accarezzava loro una mano, i capelli. Chi non lo conosceva bene, purtroppo, scappava impaurito. Ma Beppe era un bambino, non c'era malizia.
Non gli piacevano i bambini, perché loro sì, nella loro innocenza, erano davvero cattivi. Lo prendevano in giro, gli dicevano: «Beppe, c'è la Bella...». Lui capiva, sentiva di non essere accettato. Quando gli capitava di vederli giocare a pallone, cercava di correre per inserirsi nel gruppo, ma non lo volevano. Era molto meglio inseguire le ragazze e gridare «Ciao, Bella». E se una di queste gli rispondeva con un «Ciao, Beppe», lui aveva trovato un'amica.
In paese era diventata una consuetudine vederlo gironzolare per la piazza e, se non sbucava da qualche parte, tutti chiedevano dove fosse finito. «Dov'è Beppe? Sarà mica ammalato...». Un giorno, questo accadde, ma non era indisposto. Il destino gli stava organizzando un'altra vita. La mamma, rimasta sola e ormai anziana, non riusciva più ad accudirlo. Così gli trovarono una sistemazione in una struttura adeguata. In paese, però, mancava quella figura così caratteristica, anche se qualcuno poteva esserne infastidito. Passarono alcuni mesi e di Beppe non si seppe più nulla. Soltanto la Ricciotta s'informava dalla vecchia madre, la quale assicurava che, anche se con un po' di fatica, Beppe si stava abituando. Chi gli voleva bene, passando a prendere il giornale, chiedeva: «E "Ciao Bella" come sta?».
Un bel giorno la gente gridò: «E' tornato! E' tornato!». «Ma chi?». Beppe, vestito come un damerino, era apparso davanti alla Ricciotta. Aveva qualche capello grigio, ma era il solito ragazzo di sempre. In collegio aveva imparato tante cose e, soprattutto, non correva più dietro alle ragazze dicendo «Ciao belle... Toccare... Toccare...». Gli saranno mancate?

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