Il racconto della domenica

Non si butta via niente

il Racconto della Domenica

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Pubblichiamo per gentile concessione dell'autore, il racconto vincitore della quinta edizione del concorso di narrativa «Il porco delle nebbie» promosso dal Comune di Polesine e dalla rivista «Il grande fiume», in collaborazione con il ristorante «Colombo».

Gaia Gentili
Guardo le nostre foto, incollate senza cronologia su dei quadernoni. Qualcuna ha gli angoli sollevati come potesse staccarsi. Resiste. Sotto, le didascalie a biro blu vanno sbiadendo. Sono tutte mie, una sola appartiene alla tua mano sinistra, ordinata e piccola, segue la linea orizzontale: è una foto in cui mi tieni sulle spalle, il mio volto a destra del tuo. Sei come il maiale: non si butta via niente, recita. Era un’estate di quarant’anni fa, eravamo sui trenta: io avevo uno sciame di lentiggini che svalicava la linea del naso. Tu nessun capello bianco e un sorriso intero. Ritornerei a quegli anni, abbastanza lunghi da contenere tutto.

Sei come il maiale. La prima volta eravamo seduti su una panchina, gli zaini nel ghiaietto, un’interrogazione di latino il giorno dopo: il nostro quarto appuntamento. Lo hai detto ridendo in gola e negli occhi, in quel modo solo tuo che mi tirava dentro. Non sapevo se offendermi o riderti intorno. Scelsi il silenzio di un mezzo sorriso. Ti saresti meritato altro, ci ho messo dei mesi a capire che volgevi in gioco tutto ciò che non aveva abbastanza parole ma solo anni dopo ne ho sentito il fondo pieno.

Me lo hai ripetuto anche in chiesa, il 26 agosto. Prima il Sì, lo voglio, alto a rispondere alla domanda di Don Franco, poi, con un cenno di labbra, Sei come il maiale, hai detto. Volevi togliermi di dosso la paura del momento. Ho riso cercando di non far scivolare il velo. Poi mi hai baciata sulla fronte: lo sento ancora quel bacio di promesse eterne. Ogni tanto mi passo il dito sul solco che mi hai lasciato, lì al centro, dove le tue labbra hanno toccato i miei pensieri. Non si butta via niente. Non ti ho mai creduto. Potrei elencarti parti di me da scartare. I piedi, che sono piatti, forse per questo ho sempre faticato l’equilibrio sui sentieri di montagna: insistevi perché ti accompagnassi a sfiorare il cielo. E poi quante cose ammassate in casa nostra. Dovremmo riempire dei sacchi da mettere fuori quando il mercoledì passano per l’immondizia. Tu saresti vissuto con ordine, hai cominciato ad assomigliarmi per poter rimanere. Una volta ci hanno scambiato per fratelli, mi sono arrabbiata, Lui è mio marito; dentro ho sorriso: i tanti anni vicini hanno plasmato i nostri volti, le parole. Però non ho mai imparato a fischiare come te, hai provato a insegnarmelo: chiudo le labbra in avanti, a metà tra il soffiare e il baciare, ma ne esce aria che si spegne. Tu no, sai modulare il fischio in una canzone leggera. Ti sentivo riempire il rettangolo del cortile, per poi prendere i gradini a salire. Era il segnale di quando tornavi e mi piaceva che lo sapessi fare così bene: è stato un modo per non perdersi mai.

Stai per addormentarti. Ti guardo e ti trovo bellissimo: nessuna può permettersi di guardarti come ti guardo io. Nemmeno ora che abbiamo le teste bianche. Sono passati quattro mesi dalla mia ultima scenata di gelosia: eri andato a comprare qualche vasetto di yogurt. Ti ho chiamato 11 volte: aspettavo che dicessi Pronto e sbattevo giù il telefono di rabbia. Mi ero messa in testa che andassi al supermercato di Corso Umberto perché ci andava Nina. Nina è sempre stata la mia ossessione. Ricordo quella sera che hai fatto tardi in ufficio, ho immaginato fossi con lei, veniva ad aiutarti con la contabilità. Ti ho rovesciato addosso parole che strappavano le labbra. Tu, per punirmi, non sei tornato a casa. Io non ho dormito, sdraiata nella tua metà di letto, pensavo di averti perso; il mattino ti ho trovato sul gradino di fronte: sonnecchiavi, tenendoti al muro.

Oggi è una giornata di sole, l’aria è fredda ma sembra una promessa di bene. Siamo seduti accanto sul divano: ti stai addormentando, come sempre dopo pranzo. Ti guardo piano, non voglio che tu te ne accorga. Sei ancora bello come in quella foto sui trenta. Sembri sognare. Siamo come il maiale, penso. Di noi non si butta via niente.

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