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Il racconto della domenica

Elvira, Stalino e la luna lontana

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Begli anni Cinquanta, almeno secondo me. Leggeva, allora, la gente. Al pomeriggio in strada Bellaria, nel soggiorno a pianterreno della Mèlia Sassi, tenevano delle letture a voce alta per anziane analfabete o comunque in difficoltà con la carta stampata. Il crocchio sedeva sotto la finestra. La lettrice, la Carla Tirelli, leggeva in luce; le altre che ascoltavano, e sferruzzavano, cucivano o incrociavano le paglie, sbirciavano chi passava in strada, con chi, quante volte, come vestiva, quanto si cambiava in una giornata, se era di lì o di via. Il pettegolio si intrometteva nella lettura e non era difficile che i passanti entrassero fra le pagine e i personaggi finissero in strada.
La Tirelli da giovane recitava nella filodrammatica, aveva smesso in obbedienza al marito geloso; ma l'arte non si cancella e Carla, quando leggeva, persuadeva, anche come si presentava, con la treccia finta che la incoronava d'argento e una quantità di belletto molto giovanile per l'età non più tale, e quella bocca, quella labbra dalle quali usciva una voce che sembrava dipinta anche lei. Quando sentiva peso alla vista, smetteva e chiudeva il libro, anche se non finiva la storia. Allora saltava su l’Elvira, che non si rassegnava senza conoscere il resto, i suoi occhioni teneri nocciola si riempivano di lacrime. Ogni volta così e la Tirelli un po' si seccava: ma santo cielo, in fondo era solo un romanzo. Però anche un romanzo può farci del male. Elvira sofferente di cuore bisognava rassicurarla che le storie finiscono sempre bene, e lei andasse a casa tranquilla.

Elvira non faceva mistero che suo marito Sandro buonanima, non la complimentava teneramente come nei libri. Lui per le tenerezze non era tagliato, povero Sandro, tanto bravo tanto buono... Poi lavorando in un negozio di ferraglia, aveva preso la ruggine. Lei avrebbe voluto un bell'uomo, pelle bianca, nel lettone dove la sua dote ricamata si sprecava. E pregava la Tirelli che lo tenesse in lungo l'amore. La Tirelli si arrangiava, traghettava la stessa avventura da un libro all'altro, e a costo di cambiar nomi, dava modo a quei due di vivere sempre insieme, appassionati e insaziabili. Il trucco funzionava e l'indice di gradimento toccava lo zenit. Eh, l'amore: non si sentiva volare una mosca, solo qualche sussurrata confidenza…

Complicazione fastidiosa invece la politica. Poteva succedere che le «ragazze» si beccassero. Elvira si scaldava. Credeva nella Russia sovietica e in Giuseppe Stalin, appena defunto, e chiamava Stalino il suo gatto, il parente più caro dopo Sandro. Si dichiarava comunista anticlericale e non andava in chiesa, anche se credeva nel Signore e la Madonna.

Quando i sovietici cominciarono a buttare gli Sputnik, ad allungare la scala per arrivare alla luna, Elvira non aveva la radio e qualcuno, non senza cattiveria, la informò. Poverina, andò quasi in convulsi: «Cosa? moh guai! guai a smuovere lassù dove l'ha messo il Signore!». E proprio i russi? loro, darle ‘sto dispiacere? Non stava più in sé, le amiche erano preoccupate per il suo batticuore, che non fosse il caso di ricorrere alle sanguisughe. Toccò alla Tirelli nascondere la verità. Finse di leggere su un quotidiano che il volo di Gagarin, già nell'anticamera di Diana, era stato annullato per ordine espresso di Stalin. Anche se il «piccolo padre» non viveva più in questo mondo, considerando l'onnipotenza del grande dittatore, all’Elvira bastava, un po’ almeno, che l'ordine fosse dato.

Quel pomeriggio rincasò alle prime ombre. Nel cortiletto il suo Stalino aspettava la pappa. Elvira gli raccontò affannata: «Ma hai sentito? cercano casa sulla luna. Ma ti pare?». E indugiava, anche se l’autunno, l’umidità perfida le schiacciava il fiato.

Sui tetti la luna era comparsa, gonfia, più bella che mai. «Guarda, guarda anche tu» voleva dirlo a Stalino. Non trovò come fare, vide che lui era lontano, quanto la luna lontano… tutti lontano.

Soltanto la settimana dopo le amiche di lettura seppero che era mancata. Nessuno l’aveva soccorsa, nessuno aveva inteso Stalino, i lamentosi richiami. Difficile capire la sua lingua.

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