Italia-Mondo

Come il web sta cambiando il giornalismo

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di Paolo Ferrandi

“Non ho idea se tra cinque anni stamperemo ancora il “New York Times”. E confesso che non me ne importa molto”. Quanto Arthur Sulzberger, il proprietario del “New York Times”, pronunciò queste parole a Davos nel febbraio del 2007, stimolato dalle domande di un giornalista del quotidiano israeliano “Haaretz”, venne giù il mondo. Furono scritte pagine e pagine di giornali; ci furono commenti preoccupati; si andò a ripescare una “cover story” dell’”Economist” del settembre 2006 che si chiedeva “chi ha ucciso i quotidiani?”; qualcuno più coscienzioso di altri, lesse il saggio di “The Vanishing Newspaper” di Philip Meyer che preconizzava – pur riconoscendo che si trattava di una proiezione e non di una profezia – la fine dei giornali per il 2046.
Poi, come accade spesso, si passò ad altro. Solo che il sistema dei mezzi di comunicazione di massa si sta rapidamente evolvendo. E la direzione è quella che, forse con qualche enfasi apocalittica di troppo, è stata indicata dalle parole spietate di Sulzberger. Il ciclo di vita del prodotto giornale – dopo più di duecento anni di onorata carriera – è giunto alla fine.  O almeno questo dicono i guru del marketing e gli analisti che, con i loro rapporti, decidono le quotazioni dei gruppi editoriali, da anni in declino.
Domenica 27 aprile, per esempio, un piccolo quotidiano di Madison nel Wisconsin, il “Capitol Times”, dopo 90 anni di onorata carriera, ha cessato le pubblicazioni e ora la testata sopravvive solo sul web. E’ il primo giornale locale che abbandona l’edizione stampata per continuare una vita parallela in internet. Non sarà l’unico: i profitti sono decrescenti e la maggior parte dei proprietari di piccoli quotidiani locali negli Stati Uniti, abituati alle vacche grasse dei margini a due cifre, sempre più spesso decidono di tagliare i costi, ridurre la foliazione e la tiratura; poi si arriva ai tagli alla redazione e, alla fine, alla chiusura.
E anche per i grandi giornali nazionali il futuro non è roseo. Negli ultimi sei mesi, secondo i dati resi noti pochi giorni fa, la diffusione dei quotidiani è calata del 3, 5%, quella delle edizioni domenicali (delle vere e proprie tonnellate di carta) del 4,5%. Solo due giornali guadagnano qualche copia: “Usa Today” del gruppo Gannet e il “Wall Street Journal” ora di proprietà di Rupert Murdoch.  Si tratta di una media di 50 milioni di copie vendute, più bassa di quella del 1946 (50,9 milioni di copie), quando però la popolazione era metà di quella attuale. Ma c’è di peggio, perché anche i profitti della pubblicità stanno calando rapidamente. C’è un solo settore che guadagna in termini di investimenti pubblicitari ed è quello di Internet.
Sembra, quindi, che Internet sia la scelta obbligata per le imprese editoriali. Probabilmente perché è l’unica. Lo dicono tanti fattori, ma soprattutto la demografia. I lettori delle testate sul Web sono mediamente più giovani e più istruiti di quelli dei quotidiani.  Sono più appetiti dagli investitori pubblicitari perché hanno una migliore capacità di spesa. E sono in aumento, mentre quelli dei giornali diminuiscono. Solo che non facile. Prima di tutto perché le dinamiche del web sono molto diverse da quelle dell’informazione di carta. E poi perché il campo in cui operano i media si è rivoluzionato.
Ma andiamo con ordine. In Rete non esistono i tempi dei quotidiani. Non c’è un orario di chiusura (in teoria i siti andrebbero alimentati 24 ore al giorno per sette giorni), i tempi di verifica delle notizie devono essere brevissimi e i picchi di accesso massimi sono in orari – la mattina e il pomeriggio – in cui la macchina dei quotidiani lavora al minimo dei giri perché è fatta per accelerare a tarda sera in modo da fornire il prodotto più fresco la mattina dopo. Per usare una metafora di Arthur Sulzberger – sempre lui, il mitico proprietario del “New York Times” – le redazioni assomigliano a un Pronto Soccorso perché devono agire in fretta, di fronte a situazioni impreviste, cercando di fare meno errori possibili. Solo che i picchi di lavoro del quotidiano sono diversi da quelli del web e, mettendo insieme le due cose, si rischia di avere giornalisti che a furia di accumulare stress fanno più errori di quelli consentiti. E la qualità del prodotto ne risente.
In più i giornalisti hanno perso il monopolio della produzione delle notizie. Prima era semplice: c’erano le fonti e il pubblico. In mezzo c’erano i giornalisti a decidere quello che era degno di diventare  notizia: erano gli addetti alla dogana. Ora i muri sono crollati. Molte fonti istituzionali fanno informazione e raggiungono direttamente i cittadini, magari attraverso il proprio sito web. Al tempo stesso i cittadini producono notizie e hanno l’opportunità di pubblicarle a un costo irrisorio sul web. E i giornalisti sono rimasti in mezzo al nulla con una professionalità sempre più messa in discussione.  Stanno sempre alla dogana, con i loro bollettari, ma non c’è più il confine. Se non si tiene conto di questo si rischia la marginalità.
Infine –ed è il problema più grosso – i ricavi delle testate online derivano quasi esclusivamente dalla pubblicità (in Rete la maggior parte dei contenuti sono gratuiti e farsi pagare, letteralmente, non paga), ma i soldi sono ancora troppo pochi per mettere in piedi un’impresa profittevole. Nel lungo termine si sa che i denari della pubblicità si sposteranno su Internet, ma per ora non è così. Bisogna partire ora, rimettendoci soldi, per esserci in futuro. Questo spiega perché i siti delle testate online – come quello della “Gazzetta di Parma” – abbiano organici ridotti all’osso, rispetto al giornale di carta che magari è letto da un numero minore di persone.
Insomma, andare online, per un quotidiano è un doppio carpiato di quelli fatti apposta per rimetterci l’osso del collo. Ma è anche una mossa obbligata. Non siete convinti?  Allora avete bisogno di un’ultima storia. Nei giorni scorsi Rupert Murdoch ha costretto alle dimissioni Marcus Brauchli, il direttore del “Wall Street Journal”. Non era vecchio – non arrivava ai 50 anni – e non era neppure un incapace. Era considerato uno dei migliori allievi della scuola del “Wall Street Journal”, il più diffuso quotidiano economico del mondo. Ma, appunto, era legato a un modello vecchio di quotidiano. Il sostituto per ora non è stato nominato, ma sembra che Murdoch – che ha quasi 80 anni, ma è un fanatico della Rete – stia pensando al 31enne Andrew Ross Sorkin, il giornalista che dirige la newsletter del “New York Times” che tratta di “fusioni e acquisizioni”. Un giornalista la cui fama – fatta di scoop a raffica – deriva dal web e non dalla pagina del quotidiano. Sarebbe una vera rivoluzione. E non è detto che non accada.
 

pferrandi@gazzettadiparma.net


 

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