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Omicidio di Chiara: oggi verdetto su Alberto Stasi

Per lui pg ha chiesto 30 anni; la difesa, non ci sono prove

Omicidio di Chiara: oggi verdetto su Alberto Stasi

Alberto Stasi

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A cinque anni esatti dal verdetto di primo grado che aveva mandato assolto Alberto Stasi, oggi la Corte d’Assise d’Appello di Milano potrebbe mettere un punto fermo, anche se non definitivo, nella vicenda dell’omicidio di Garlasco. Dovrebbe stabilire se a uccidere Chiara Poggi sia stato o meno l’ex studente bocconiano, da sempre il solo imputato per quel delitto che, a distanza di oltre sette anni, è ancora irrisolto. Nei suoi confronti la pubblica accusa ha chiesto 30 anni di carcere contestandogli l’omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. Per la difesa invece non ci sono prove per giudicarlo responsabile.
In mattinata, questa la previsione, dopo le repliche del sostituto procuratore generale di Milano Laura Barbaini, di Gian Luigi Tizzoni e Francesco Campana, legali della famiglia Poggi, e del pool difensivo guidato dall’avvocato Angelo Giarda, i giudici, presieduti da Barbara Bellerio, si ritireranno in camera di consiglio per uscire, salvo imprevisti, con la sentenza nel pomeriggio. Sentenza che chiuderà il processo di secondo grado celebrato di nuovo dopo che la Cassazione aveva annullato la precedente assoluzione di Stasi e rinviato gli atti alla magistratura milanese ritenendo che occorresse una "rivisitazione e una rilettura" di tutti gli indizi, alcuni dei quali da approfondire con ulteriori accertamenti.
Con questi "paletti" la Corte, davanti alla quale lo scorso aprile si è aperto il cosiddetto processo d’appello "bis", oltre al sequestro della bici nera da donna nella disponibilità degli Stasi, ha disposto altri accertamenti: quelli genetici sul bulbo di un capello trovato nel palmo della mano sinistra di Chiara e sulle sue unghie (che non hanno dato esiti tali da costituire una prova processuale) e la ripetizione dell’esame sperimentale della cosiddetta camminata di Alberto estendendolo ai due gradini e alla zona antistante la scala dove quell'estate di sette anni fa l’ex studente bocconiano disse di aver trovato il corpo senza vita della giovane donna. Esame, questo, con cui si è stabilito come sia impossibile che Stasi non si sia sporcato le scarpe e non abbia nemmeno lasciato una traccia ematica sul tappetino della sua Golf, l’auto con cui immediatamente dopo la scoperta del cadavere, si precipitò dai carabinieri del piccolo centro della Lomellina per dare l’allarme. Oltre alle perizie degli esperti nominati dalla Corte, agli atti del dibattimento ci sono alcuni dei risultati dei supplementi istruttori con cui nei mesi scorsi il pg Barbaini ha colmato una serie di lacune, omissioni ed errori dell’inchiesta e gli esiti di approfondimenti effettuati dai legali dei Poggi sulla bicicletta nera.
E proprio omissioni ed errori anche inediti sono uno dei punti chiave della requisitoria del sostituto procuratore generale di una ventina di giorni fa. Innanzitutto ha valorizzato le impronte di quattro dita intrise di sangue lasciate dall’assassino sulla maglia del pigiama di Chiara (sulla spalla sinistra) ma poi cancellate da chi ha rimosso il cadavere. Impronte visibili in modo netto in una foto mostrata in aula e che per il pg provano che Alberto, dopo aver ucciso, si lavò le mani per via della presenza delle sue impronte digitali sul dispenser del sapone in bagno. Altro elemento valorizzato sono due graffi sull'avambraccio di Stasi compatibili con una colluttazione e notati da due carabinieri della stazione di Garlasco nell’immediatezza del delitto. Graffi che, come loro stessi hanno raccontato alla Corte, non sono stati fotografati. Non è nemmeno stato messo a verbale come se li fosse procurati. Infine rilevanti per il pg sono le foto scattate al cadavere: smentirebbero quanto aveva affermato il giovane e cioè che Chiara aveva il volto pallido.
Questi e altri indizi valutati nel loro insieme hanno portato il pg a sostenere che quella del ritrovamento del cadavere è stata «una messa in scena» e che l’ex studente bocconiano avrebbe alterato «i quadri probatori, limitandoli, deviandoli" fino a «depistare le indagini», come dimostrerebbe la scoperta da parte della pubblica accusa di altre biciclette, almeno due, possedute dagli Stasi e di cui ha sempre taciuto o di un paio di Geox dello stesso numero delle impronte delle suole a pallini rinvenute sulla scena del crimine e mai consegnate.
E se i legali di parte civile, oltre alla sostituzione dei pedali della bici bordeaux Umberto Dei - lì venne rintracciato il dna della vittima -, hanno evidenziato che a carico di Alberto ci sono «11 indizi gravi, precisi e concordanti», la difesa ha ripetuto quello che da anni va dicendo: non ci sono prove. Per Angelo Giarda, Alberto va assolto in quanto non è mai emerso nulla che faccia ritenere il giovane responsabile, anzi al contrario sono venuti a galla elementi che lo scagionano. Riguardo alle suole delle scarpe, per esempio, l’ex studente della Bocconi avrebbe potuto non calpestare le chiazze di sangue sul pavimento, per giunta praticamente secche, a causa dell’ "evitamento implicito». Inoltre i graffi, secondo le indagini difensive, non sarebbero mai esistiti e la tesi della sostituzione dei pedali non regge. Domani, salvo che le repliche non vadano avanti a lungo, la sentenza.

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