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Suicidi in aumento Colpa anche della recessione

Nel 2014 a Parma tre morti al mese: la Regione corre ai ripari e punta sulla prevenzione

Suicidi in aumento Colpa anche della recessione
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A Parma e provincia, l'anno scorso, si sono tolte la vita 37 persone: in media tre ogni mese. Il dato mette i brividi, tanto più se si si considera «che per ogni gesto portato a termine, ce ne sono 11 tentati. E che tante morti, archiviate come incidenti, sono in realtà suicidi» dice lo psichiatra Franco Marzullo, ex direttore del Diagnosi e cura dell'Ausl.

La crisi economica, con il suo carico di incertezze, disagi e sofferenza, ha pesato: ad eccezione di una flessione nel 2013, i numeri a Parma sono in aumento dal 2007. Lo stesso a livello nazionale e mondiale: nel 2013, dice l'osservatorio della Link Campus University, 149 persone in Italia si sono tolte la vita per motivazioni economiche contro le 89 del 2012, e l'Organizzazione mondiale della sanità calcola che, a livello globale, entro il 2020 si passerà dai circa 800 mila suicidi all'anno (uno ogni 40 secondi) a un milione e mezzo.

A scegliere di farla finita sono, nel nostro territorio, soprattutto gli uomini fra i 30 e i 45 anni. I principali fattori di rischio sono «disturbi psichici e psichiatrici, un tentativo pregresso, familiarità, uso di droghe e alcol, malattie croniche, ma anche eventi traumatici come la perdita di una persona cara, del lavoro, della casa e del partner» elenca Maurizio Vescovi, medico di famiglia e psicoterapeuta. Fattori protettivi sono la presenza di una rete familiare e sociale, un'educazione di stampo religioso e, soprattutto per le donne, la presenza di figli.

Il fenomeno, come dice Maurizio Vescovi, interroga non solo il mondo sanitario, ma tutta la collettività, perchè mette a nudo le carenze di una rete «protettiva» che non ha saputo cogliere il disagio o non lo ha saputo affrontare.

Anche per questo la Regione ha messo al lavoro un gruppo di esperti (di cui hanno fatto parte anche Vescovi, Marzullo e Pietro Pellegrini, direttore del Dipartimento salute mentale dell'Ausl di Parma) che l'anno scorso ha elaborato un documento sulla prevenzione delle condotte suicidiarie mirato al mondo sanitario e in particolare ai medici di base. «Gli studi mettono in evidenza che frequentemente i soggetti che commettono suicidio si erano rivolti, nel mese o nei mesi precedenti alla tragedia, ad un operatore sanitario, e in particolare al medico di famiglia», dice Vescovi. Una richiesta di aiuto più o meno espressa, che deve essere colta indirizzando il paziente verso servizi e strutture ad hoc. La riprova? «Nel 1983-84 un programma sul riconoscimento della depressione rivolto ai medici di famiglia dell'isola Gotland, in Svezia, portò ad una significativa riduzione di suicidi», dice ancora Vescovi.

«Sono sorpassate le teorie secondo le quali chi parla di togliersi la vita raramente mette in atto il gesto, così come l'idea che il medico non specialista si debba astenere dall'affrontare la questione - dice Pietro Pellegrini - . Al contrario, non bisogna sottovalutare i messaggi lanciati dal paziente. Prima di un gesto estremo, c'è un periodo nel quale convivono il desiderio di morte e la spinta a vivere. È in quel momento che la persona è “agganciabile” e può bastare poco per riattivare la speranza», aggiunge Pellegrini.

Il documento della Regione invita a «leggere» la storia del paziente, indica come affrontare il colloquio, cosa chiedere e a quali risposte porre attenzione. «In soggetti fragili, come gli anziani che non hanno una rete di sostegno sociale o familiare, è anche molto importante comunicare nel modo giusto, magari dopo aver attivato una rete di aiuto, l'esordio di una patologia cronica e invalidante», porta ad esempio Vescovi.

Particolare attenzione, dice Marzullo, va rivolta ai giovani, spesso protagonisti di comportamenti «parasuicidiari», anche se non riconosciuti come tali. «Pensiamo ai ragazzi di Fidenza che camminano pericolosamente su un cornicione, all'abuso delle sostanze, ai tanti gesti che sfidano la morte. Di recente - dice Marzullo - ho incontrato un sedicenne della periferia romana che a 14 anni ha cominciato a fare rapine a mano armata. “Non hai paura di una sparatoria con la polizia?”, gli ho chiesto. “No”, risponde impassibile. “Ma vuoi cambiare?”. E lui: “Impossibile, non troverò mai un lavoro onesto”. È in questa assenza di futuro che nasce l'idea del suicidio».

Anche tanti incidenti stradali, ammonisce Vescovi, sono suicidi «mascherati». «Ricordo la visita in ospedale ad un mio paziente 23enne finito fuori strada in auto. Mi confessò che aveva guidato da pazzo di proposito: “Per i miei meglio così che trovarmi impiccato”. Oggi quel ragazzo è un adulto sereno, con un lavoro e una bella famiglia», aggiunge Vescovi. A riprova che alle lusinghe della morte si può sfuggire.

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