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Le risposte alle «cento domande» sull'Isis nel libro con la Gazzetta

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Il Califfato – anzi il sedicente Califfato, come vedremo – si chiama in molti modi. Il nome più usato, perlomeno in Italia, è Isis. Si tratta di un acronimo che corrisponde a «Islamic State of Iraq and Syria», vale a dire, in italiano, a «Stato islamico dell’Iraq e della Siria». Ma in precedenza l’Isis era conosciuto come Isil, cioè «Islamic State of Iraq and Levant», cioè «Stato islamico dell’Iraq e del Levante».
Volendo essere sofistici Isis può anche significare «Islamic State of Iraq and al-Sham», dove «al-Sham» non è altro che il nome arabo della Grande Siria («Bilad al-Sham») che non corrisponde alla Siria attuale, ma piuttosto al Levante che abbiamo ricordato prima. Ma non è finita: molti ormai – e i militanti dell’Isis per primi – si riferiscono a questo «quasi-stato» con la sigla «Is», cioè, molto semplicemente, «Islamic State», in italiano «Stato islamico».
Per complicare le cose, c’è anche l’acronimo arabo, cioè «Daesh» (o, in altre traslitterazioni, «Daiish») che corrisponde ad «ad-Dawla al-Islāmiyyafī al-ʿIrāqiwa al-Shām». Appunto, tradotto in italiano, «Stato Islamico dell’Iraq e della Siria». Ma perché usare l’oscuro, per le nostre orecchie, acronimo arabo si chiederà il lettore che ha avuto la pazienza di arrivare fin qui? Per il semplice motivo che in questo modo si evita, in nome della correttezza politica, di accostare l’aggettivo islamico a un’organizzazione terroristica. Anche se, come abbiamo visto, l’aggettivo islamico è presente nella sigla, solo che è in arabo e quindi meno evidente.
E poi c’è un altro particolare: «Daesh» suona molto simile ad alcuni termini dispregiativi arabi. Per esempio è quasi identico a «dahes», «seminatore di discordia» e a «daes», «calpestatore». Per questo nei territori occupati dall’isis è vietato usare questa accezione, e la pena per chi trasgredisce è la fustigazione o il taglio della lingua.
A questa e a tante altre curiosità e domande risponde il libro «Isis. Le cento domande che tutti si fanno» di Giancarlo Carlotti e Andrea Franchini con la collaborazione Dario Jovane e Luca Montecchi. Il volume – che ha una postfazione di Fulvio Palmieri – è edito da Due A Editori, e sarà venduto, in abbinamento alla «Gazzetta di Parma», da sabato 30 gennaio a 5 euro più il prezzo del quotidiano.
Non si tratta di un saggio di geopolitica, di un’analisi accademica o di un approfondito reportage giornalistico. Semplicemente gli autori si sono poste le domande che tutti ci facciamo quando guardiamo le atrocità, i successi e gli insuccessi dell’Isis in televisione e hanno provato a dare, nel modo più chiaro e succinto possibile, le risposte. Magari semplificando un po’, ma d’altronde il testo non si propone di essere esaustivo, ma di far capire meglio il fenomeno e, magari, stimolarci a ulteriori letture.
Meno schematicamente il libro si compone di sei capitoli più un’appendice che raggruppa tutte le parole da sapere per parlare con proprietà del fenomeno Isis. Un rapido dizionario che parte da «Abu Alaa al-Afri» (uno dei vice di Abu Bakr al-Baghdadi, il capo dell’Isis) per arrivare a «Zaslon» (un altro acronimo: questa volta indica le unità speciali per le operazioni occulte del Cremlino che pare operino in Siria).
Nel primo capitolo sono raggruppate le domande sulla nascita dello Stato Islamico; il secondo tratta del Califfato, la cui autorità è riconosciuta solo da una minoranza di musulmani e quindi in realtà è un sedicente Califfato; il terzo dell’apparato militare dell’organizzazione; il quarto della comunicazione, un marketing della paura che forse è l’arma più affilata dell’Isis; il quinto delle finanze dello Stato islamico e infine il sesto dei legami tra l’Isis e l’Islam o, meglio quella versione rigorista dell’Islam sunnita che è conosciuta come wahabismo.
In mezzo ci sono risposte a parecchie curiosità come il significato della bandiera nera dell’organizzazione, il ruolo delle donne nell’Isis, i rapporti, molto conflittuali, con al-Qaida, i mutevoli confini geografici dello Stato Islamico oppure l’odio iconoclasta che porta alla distruzione di qualunque monumento archeologico e che, tra l’altro, dà modo ai jihadisti di rifornire, con lauti guadagni, il fiorente mercato delle opere d’arte trafugate. P.F.

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