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Strangolata dal fidanzato a Fiorenzuola: lo Stato risarcirà la madre

Delitto nel 1991. Condanna per inadempimento a direttiva europea

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Ministero della Giustizia e Presidenza del Consiglio devono risarcire con 100mila euro la madre di Rossana Jane Wade, 19enne strangolata dal fidanzato il 2 marzo 1991 a Fiorenzuola, nel Piacentino. Lo stabilisce una sentenza del giudice civile di Bologna Alessandra Arceri: la condanna è per l’inadempimento dell’Italia a una direttiva europea, che prevede l’indennizzo dello Stato in caso di reati violenti dolosi quando non sia possibile conseguirlo dal reo. La madre è assistita dall’avv.Claudio Defilippi. 

La ragazza, che lavorava in un bar, fu assassinata e gettata in un casello ferroviario abbandonato nella zona di Fiorenzuola. Per l’omicidio il fidanzato, Alex Maggiolini, è stato condannato a 15 anni e 8 mesi, sentenza definitiva dal 1995. La sentenza penale prevedeva anche il risarcimento alle parti civili, ma la madre non ha mai ottenuto il ristoro dei danni, dal momento che il condannato è nullatenente.
La direttiva europea 80 del 2004, su cui si è basato il ricorso, conferisce alle singole vittime di reati intenzionali violenti, alle quali non sia stato possibile conseguire il risarcimento del danno del reo, il diritto a percepire dallo Stato membro di residenza un indennizzo equo e adeguato. La madre, Letizia Genoveffa Marcantonio, aveva chiesto in tutto 250 mila euro per l’inadempimento da parte dello Stato italiano della norma dell’Unione Europea.
Il giudice Arceri, nel ritenere corretta la pretesa risarcitoria, ha ricordato che la Commissione europea ha indirizzato il 17 ottobre 2013 un parere motivato all’Italia, accusandola di non aver adottato i provvedimenti necessari per modificare la propria legislazione, al fine di ottemperare agli obblighi previsti dalla normativa europea: la conseguenza è che alcune vittime di reati intenzionali violenti potrebbero non aver accesso all’indennizzo cui avrebbero diritto, proprio sul presupposto che l’ordinamento italiano non dispone di un sistema generale per tutti i reati intenzionali violenti, lasciando così prive di tutela le vittime di alcuni di essi, particolarmente gravi, come rapina, sequestro di persona e omicidio.
Lo Stato, secondo il giudice, ha adempiuto quindi solo parzialmente all’obbligo, emettendo leggi che tutelano esclusivamente le vittime di terrorismo, strage o delitti di mafia. La pretesa risarcitoria, dunque, «trae linfa nel comportamento antigiuridico dello Stato italiano», da un lato, e nel danno ingiusto subito dalla madre, «causalmente ricollegabile» proprio al comportamento dello Stato. (ANSA).

 La ragazza, che lavorava in un bar, fu assassinata e gettata in un casello ferroviario abbandonato nella zona di Fiorenzuola. Per l’omicidio il fidanzato, Alex Maggiolini, è stato condannato a 15 anni e 8 mesi, sentenza definitiva dal 1995. La sentenza penale prevedeva anche il risarcimento alle parti civili, ma la madre non ha mai ottenuto il ristoro dei danni, dal momento che il condannato è nullatenente.
La direttiva europea 80 del 2004, su cui si è basato il ricorso, conferisce alle singole vittime di reati intenzionali violenti, alle quali non sia stato possibile conseguire il risarcimento del danno del reo, il diritto a percepire dallo Stato membro di residenza un indennizzo equo e adeguato. La madre, Letizia Genoveffa Marcantonio, aveva chiesto in tutto 250 mila euro per l’inadempimento da parte dello Stato italiano della norma dell’Unione Europea.
Il giudice Arceri, nel ritenere corretta la pretesa risarcitoria, ha ricordato che la Commissione europea ha indirizzato il 17 ottobre 2013 un parere motivato all’Italia, accusandola di non aver adottato i provvedimenti necessari per modificare la propria legislazione, al fine di ottemperare agli obblighi previsti dalla normativa europea: la conseguenza è che alcune vittime di reati intenzionali violenti potrebbero non aver accesso all’indennizzo cui avrebbero diritto, proprio sul presupposto che l’ordinamento italiano non dispone di un sistema generale per tutti i reati intenzionali violenti, lasciando così prive di tutela le vittime di alcuni di essi, particolarmente gravi, come rapina, sequestro di persona e omicidio.
Lo Stato, secondo il giudice, ha adempiuto quindi solo parzialmente all’obbligo, emettendo leggi che tutelano esclusivamente le vittime di terrorismo, strage o delitti di mafia. La pretesa risarcitoria, dunque, «trae linfa nel comportamento antigiuridico dello Stato italiano», da un lato, e nel danno ingiusto subito dalla madre, «causalmente ricollegabile» proprio al comportamento dello Stato.

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