REGGIO EMILIA

Espulsa dal Marocco delegazione italiana diretta nelle terre dei Sahrawi

Il gruppo era guidato da Silvia Prodi (Pd)

Delegazione con Silvia Prodi respinta a frontiera Marocco

Deserto del Sahara (foto d'archivio)

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Erano diretti nella zona del Sahara occidentale, contesa tra il Marocco e i separatisti del fronte Polisario, quando la delegazione dell’associazione umanitaria Jaima Sahrawi, di cui faceva parte, anche se non in veste ufficiale, la consigliera regionale dell’Emilia-Romagna Silvia Prodi (Pd), nipote di Romano Prodi, ex commissario Ue e ora presidente del Gruppo di lavoro Onu-Unione Africana sulle missioni di peacekeeping in Africa, è stata bloccata all’aeroporto di Laayoun e costretta dalla polizia locale a tornare in Italia.
La polizia ha ritirato i passaporti e ha fatto imbarcare la delegazione su un aereo per Casablanca. Qui il gruppo di italiani ha passato la notte prima di fare ritorno in Italia poco dopo mezzogiorno. Da diversi anni l’associazione Jaima Sahrawi porta avanti azioni di solidarietà nel Sahara Occidentale a favore del popolo Sahrawi e non sarebbe la prima volta che una delegazione italiana viene respinta dalle autorità del Marocco.

In una nota diffusa ieri pomeriggio Silvia Prodi spiega che era partita quale componente dell’intergruppo regionale sui Sahrawi, insieme a Caterina Lusuardi e Fabiana Bruschi, presidente e socia dell’associazione umanitaria Jaima Sahrawi, in direzione Layoun, città del Sahara occidentale, attualmente sotto la giurisdizione marocchina. Scopo del viaggio - di natura non istituzionale - era incontrare alcune persone del popolo Sahrawi in contatto con l'associazione, per ricevere informazioni sulle loro condizioni di vita. La visita era stata comunicata all’ambasciata italiana in Marocco e le tre si erano registrate al sito dedicato della Farnesina. Non sono però riuscite a raggiungere i territori occupati, perchè costrette dalla polizia locale a rientrare in Italia. «Si tratta di un episodio difficile da decifrare - scrivono -. Siamo perfettamente coscienti che i destini del popolo Sahrawi sono un tema sensibile, ma il nostro era un viaggio puramente conoscitivo. Si deduce che la situazione nei territori occupati sia veramente molto critica e che questo possa essere un modo per disincentivare qualsiasi tentativo europeo di approfondire da vicino la questione. Speriamo che l'episodio paradossalmente accenda l’attenzione su questo popolo troppo a lungo dimenticato».
«Atterrate a Layoun - prosegue il racconto - non ci è stato permesso di sbarcare. Sull'aereo sono saliti 5 o 6 funzionari di polizia, in divisa e in borghese, che ci hanno comunicato che saremmo state rimandate a Casablanca. Alla richiesta di spiegazioni, è stato risposto che si trattava di ordini superiori ma che non c'era alcun documento scritto ad autorizzarlo. Siamo quindi rimaste in attesa sull'aereo, che poi è ripartito alla volta di Casablanca. Là, alle 21 circa, siamo state condotte nella zona di transito da un funzionario di polizia in borghese, che ci ha sequestrato i passaporti senza fornire alcuna spiegazione, ventilando l’ipotesi di un nostro rimpatrio. Siamo state lasciate in un corridoio dell’area transito senza alcuna informazione per diverse ore. Tramite il senatore Pd Stefano Vaccari, presidente dell’intergruppo parlamentare di solidarietà con il popolo Saharawi, abbiamo contattato il console generale d’Italia a Casablanca, Alessandro Ferranti, che verso l’una è arrivato di persona per verificare la situazione. Grazie al suo interessamento, siamo state informate del fatto che la mattina seguente ci avrebbero rimpatriate con il primo volo per Bologna. Abbiamo trascorso la notte sulle panchine del corridoio, finchè verso le 8 siamo state imbarcate, ancora senza passaporto, verso l’Italia. Al gate di imbarco abbiamo incontrato l’ambasciatore italiano in Marocco, Roberto Natali, che ha voluto essere informato personalmente dell’accaduto e che si è impegnato a contattare le autorità per ricevere informazioni sulla vicenda e soprattutto una documentazione scritta. Questa mattina alle 8.10 siamo partite, ancora senza passaporti, alla volta di Bologna, dove, una volta atterrate, abbiamo atteso la polizia italiana che ha preso in consegna i documenti e, constatato come tutto fosse in regola, ce li ha prontamente restituiti».
In una nota diffusa nel pomeriggio Silvia Prodi spiega che era partita quale componente dell’intergruppo regionale sui Sahrawi, insieme a Caterina Lusuardi e Fabiana Bruschi, presidente e socia dell’associazione umanitaria Jaima Sahrawi, in direzione Layoun, città del Sahara occidentale, attualmente sotto la giurisdizione marocchina. Scopo del viaggio - di natura non istituzionale - era incontrare alcune persone del popolo Sahrawi in contatto con l'associazione, per ricevere informazioni sulle loro condizioni di vita. La visita era stata comunicata all’ambasciata italiana in Marocco e le tre si erano registrate al sito dedicato della Farnesina. Non sono però riuscite a raggiungere i territori occupati, perchè costrette dalla polizia locale a rientrare in Italia. «Si tratta di un episodio difficile da decifrare - scrivono -. Siamo perfettamente coscienti che i destini del popolo Sahrawi sono un tema sensibile, ma il nostro era un viaggio puramente conoscitivo. Si deduce che la situazione nei territori occupati sia veramente molto critica e che questo possa essere un modo per disincentivare qualsiasi tentativo europeo di approfondire da vicino la questione. Speriamo che l'episodio paradossalmente accenda l’attenzione su questo popolo troppo a lungo dimenticato».
«Atterrate a Layoun - prosegue il racconto - non ci è stato permesso di sbarcare. Sull'aereo sono saliti 5 o 6 funzionari di polizia, in divisa e in borghese, che ci hanno comunicato che saremmo state rimandate a Casablanca. Alla richiesta di spiegazioni, è stato risposto che si trattava di ordini superiori ma che non c'era alcun documento scritto ad autorizzarlo. Siamo quindi rimaste in attesa sull'aereo, che poi è ripartito alla volta di Casablanca. Là, alle 21 circa, siamo state condotte nella zona di transito da un funzionario di polizia in borghese, che ci ha sequestrato i passaporti senza fornire alcuna spiegazione, ventilando l’ipotesi di un nostro rimpatrio. Siamo state lasciate in un corridoio dell’area transito senza alcuna informazione per diverse ore. Tramite il senatore Pd Stefano Vaccari, presidente dell’intergruppo parlamentare di solidarietà con il popolo Saharawi, abbiamo contattato il console generale d’Italia a Casablanca, Alessandro Ferranti, che verso l’una è arrivato di persona per verificare la situazione. Grazie al suo interessamento, siamo state informate del fatto che la mattina seguente ci avrebbero rimpatriate con il primo volo per Bologna. Abbiamo trascorso la notte sulle panchine del corridoio, finchè verso le 8 siamo state imbarcate, ancora senza passaporto, verso l’Italia. Al gate di imbarco abbiamo incontrato l’ambasciatore italiano in Marocco, Roberto Natali, che ha voluto essere informato personalmente dell’accaduto e che si è impegnato a contattare le autorità per ricevere informazioni sulla vicenda e soprattutto una documentazione scritta. Questa mattina alle 8.10 siamo partite, ancora senza passaporti, alla volta di Bologna, dove, una volta atterrate, abbiamo atteso la polizia italiana che ha preso in consegna i documenti e, constatato come tutto fosse in regola, ce li ha prontamente restituiti». 

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