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Si uccide dopo video hard sul web: si indaga per istigazione al suicidio

E nella causa contro i siti, il giudice la condanna a pagare le spese legali ai motori di ricerca

Si uccide dopo video hard sul web: si indaga per istigazione al suicidio

Foto d'archivio

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La Procura di Napoli nord acquisirà tutti gli atti della causa civile intentata dalla 31enne dopo la diffusione nel web, a sua insaputa, di suoi video hard. La donna si è tolta la vita per la vergogna. Il procuratore Francesco Greco e il sostituto Rossana Esposito hanno aperto un fascicolo per l’ipotesi di reato di istigazione al suicidio.
Gli inquirenti valutano anche la possibilità che nel corso del prosieguo dell’inchiesta si possano configurare altri reati che vanno dalla violazione della privacy allo stalking. Non si sa al momento se la ragazza avesse presentato una denuncia contro l’autore o gli autori della diffusione in rete del video. 

PER IL GIUDICE NON C'E' DIRITTO ALL'OBLIO. Nel caso della 31enne suicidatasi per la diffusione in rete di video hard non si può invocare il diritto all’oblio. Lo afferma il giudice del Tribunale Napoli nord Monica Marrazzo nell’ordinanza relativa al provvedimento di urgenza con cui ha stabilito la rimozione dal web di immagini e commenti lesivi della reputazione della donna. «Nel caso di specie - scrive infatti il magistrato - non si ritiene che rispetto al fatto pubblicato sia decorso quel notevole lasso di tempo che fa venir meno l’interesse della collettività».
«Presupposto fondamentale perché l’interessato possa opporsi al trattamento dei dati personali adducendo il diritto all’oblio - scrive il giudice nelle motivazioni - è che tali dati siano relativi a vicende risalenti nel tempo (e dalle quali l'interessato ha cercato di allontanarsi intraprendendo nuovi percorsi di vita personale e sociale) che però, per mezzo della rappresentazione istantanea e cumulativa derivante dai risultati delle ricerche operate mediante i motori di ricerca, rischiano di riverberare comunque per un tempo indeterminato i propri effetti sull'interessato come se fossero sempre attuali; e ciò tanto più considerando che l’accesso alla rete Internet e il successivo utilizzo degli esiti delle ricerche effettuate attraverso gli appositi motori può avvenire per gli scopi più diversi e non sempre per finalità di ricerca storica in senso proprio». 

CAUSA CONTRO I MOTORI DI RICERCA: IL GIUDICE AVEVA CONDANNATO LA 31ENNE A PAGARE 20MILA EURO DI SPESE LEGALI. Da un lato il giudice le aveva dato ragione obbligando alcuni social, come Facebook, a rimuovere video, commenti, apprezzamenti e al pagamento delle spese per una cifra pari a 320 euro. Dall’altro lato, però, la donna di 31anni che si è suicidata dopo che i video hard che la ritraevano erano finiti a suo insaputa nel web, era stata a sua volta condannata a rimborsare le spese legali a cinque siti per, complessivamente, circa 20mila euro. Si legge questo nella decisione del giudice sul provvedimento di urgenza chiesto dalla 31enne per la rimozione dai siti web dei video hard. La decisione è stata depositata lo scorso 8 agosto.
Il giudice Monica Marrazzo aveva accolto parzialmente le richieste stabilendo che per alcuni motori di ricerca e altri siti, che avevano già provveduto alla rimozione delle immagini e dei commenti, l’azione era da respingere. La domanda, invece, era stata accolta nei confronti di Facebook e di altri soggetti ai quali veniva imposta l’immediata rimozione di ogni post o pubblicazione con commenti e apprezzamenti riferiti alla donna.
Per quanto riguarda, poi, le spese il giudice aveva condannato Facebook ed altri tre soggetti al pagamento di 320 euro ciascuno per esborsi e 3645 euro per compensi professionali.
La ricorrente era stata condannata al rimborso nei confronti di Citynews, Youtube, Yahoo, Google e Appideas di 3645 euro, per ciascuno, per le spese legali oltre al rimborso delle spese generali nella misura del 15%.

GLI PSICOLOGI: "VITTIMA DI UNA SOCIETA' SESSISTA". «La ragazza è una vittima di una società in cui impera una mentalità sessista, che espone le donne a continue vessazioni, soprattutto quando si tratta di comportamenti legati alla sessualità. E’ una mentalità ancora molto radicata nel nostro Paese e in generale nel mondo occidentale». Antonella Bozzaotra, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Campania, commenta così il suicidio della 31enne protagonista in passato di un video hot diffuso sul web.
«E' una cultura - fa notare Bozzaotra - che si manifesta attraverso espressioni come "se l’è cercata", pronunciata anche dai concittadini della 13enne di Melito Porto Salvo, e che si rafforza attraverso internet e i social, luoghi virtuali dove l'altro non è presente fisicamente e può essere colpito più facilmente. E’ necessario fermarsi a riflettere su questi aspetti, così come sulle modalità con le quali gli organi di informazione hanno in alcuni casi consentito la spettacolarizzazione della vicenda e violato la privacy. Le foto, il nome e il cognome della ragazza sono stati dati in pasto al pubblico: lo ritengo un modo irresponsabile di gestire la vita e, in questo caso, la morte di una persona».
«Come Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi e come Ordine campano - conclude - stiamo lavorando allo sviluppo di una cultura d’uso della comunicazione attraverso i social, che è per sua natura diretta, non filtrata. E’ necessario quindi sviluppare gli aspetti che rendano i social strumenti di promozione della comunicazione e non più luoghi virtuali di discriminazione e morte». 

FACEBOOK: "SIAMO ADDOLORATI MA I VIDEO NON SONO SULLA NOSTRA PIATTAFORMA". "Siamo addolorati per questa tragedia e i nostri pensieri sono con la famiglia. Ci preme sottolineare come i video non siano mai stati postati sulla nostra piattaforma e abbiamo bloccato l’accesso ai contenuti che ci sono stati notificati dalle autorità italiane in relazione a questo caso": questo il commento di un portavoce di Facebook dopo il suicidio di una ragazza per la pubblicazione di video hard. Su Facebook, tuttavia, sono state create pagine per ricordare la 31enne. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • Filippo Bertozzi

    15 Settembre @ 21.34

    Il problema vero non è la leggerezza, purtroppo grave per un'adulta, che le ha rovinato la vita, ma il fatto che non si sia proprietari della propria esistenza sul web e non si possa in tempi rapidi cancellare quanto si desidera che non appaia più.

    Rispondi

  • Stefano

    14 Settembre @ 18.20

    reinard.alfa@gmail.com

    Sono uno di quelli che dice che se l'è cercata, ma non il suicidio poverina, parlo della divulgazione dei video. I video porno non li ha fatti un altro, li ha fatti lei. Non dico che non sia stata una brava ragazza, non sta a me giudicare, ma si sa che foto o video potrebbero essere divulgati , per un qualsiasi motivo. E comunque a me e alla mia dolce amata non verrebbe mai in mente di fare un video porno, ma non perchè siamo migliori, ma perchè non ne abbiamo bisogno, siamo persone normali che non hanno bisogno di cercare stimoli.

    Rispondi

  • Vercingetorige

    14 Settembre @ 17.41

    IN TUTTI I CASI DI SUICIDIO ( che non è reato ) la Magistratura apre un' inchiesta per l' eventualità di "Istigazione" al suicidio ( che è reato) . Quasi sempre l' inchiesta viene archiviata , perché non emergono prove dell' "istigazione". Affinché questa risulti dimostrata è necessario che ci sia stata una reale opera di persuasione del suicida a togliersi la vita. La pubblicazione di notizie diffamanti su di lui , per quanto possano essere all' origine della sua drammatica decisione , non sono , di per sè , un' "istigazione al suicidio" .

    Rispondi

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