editoriale

Ungheria, il plebiscito che non c'è stato

Ungheria, il plebiscito che non c'è stato
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Più che un referendum sull'accoglienza ai migranti, doveva essere un plebiscito, l'ennesimo, a favore di Victor Orban, il leader populista che ormai da anni governa l'Ungheria.
Orban l'aveva chiesto con forza («Lanceremo un messaggio a Bruxelles: non si può fare politica contro la volontà della gente», queste le parole del portavoce del governo) e l'aveva preparato con un quesito a cui era davvero difficile dire sì («Vuole che l’Ue possa prescrivere l’insediamento obbligatorio di cittadini non ungheresi anche senza il consenso del Parlamento ungherese?»). Più che un pronunciamento sulle quote di migranti decise dall'Unione europea in solidarietà con i Paesi in prima linea come l'Italia e la Grecia, il quesito suggeriva una ferita difficilmente rimarginabile alla sovranità nazionale. In più il Orban aveva dalla sua quasi tutti i media ungheresi che sono filogovernativi. Una tradizione difficilmente sradicabile nell'Est dell'Europa.
Ma alla fine il premier magiaro non ha fatto i conti con il quorum obbligatorio del 50% prescritto dalla legge perché il referendum abbia valore giuridico e con l'apatia di quel popolo di cui desiderava sentire la voce in modo forte e chiaro e che, invece, in mancanza di mare (visto che in Ungheria non c'è) ha preferito il lago Balaton alle urne. E non è nemmeno un atteggiamento difficile da capire tenendo conto che l'Ungheria alla fine l'anno scorso ha accolto solo 508 rifugiati. Una cifra ridicolmente bassa. Soprattutto se si lancia l'allarme invasione.
Però, nonostante la mancanza del quorum (ha votato circa il 43% degli aventi diritto), il verdetto di chi è andato alle urne è stato assolutamente chiaro: il 98% di chi ha votato, secondo gli ultimi dati disponibili, si è espresso contro le quote obbligatorie di migranti e per questo Orban può lo stesso cantare vittoria. E lo farà cercando di estorcere a Bruxelles delle concessioni politiche assieme agli altri tre Paesi che fanno parte del «Gruppo di Visegrad» (Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca). Ma questa volta il coltello non è affilato come lo sarebbe stato con un pronunciamento vincolante come quello fornito da un referendum con il quorum. E, a questo punto, è sperabile che il resto dell'Europa, una volta tanto, faccia la voce grossa.
Il grimaldello per svuotare il sistema delle quote distributive dei migranti - e la riforma dell'accordo di Dublino di cui Italia e Grecia hanno bisogno per non far fronte da sole ai massicci flussi migratori di questi anni - ha già un nome: «solidarietà flessibile». In parole povere significa fornire ai governi recalcitranti una giustificazione per sfuggire ai doveri d'accoglienza. E tutto senza rinunciare ai benefici della solidarietà europea, cioè ai fondi strutturali comunitari che tutti noi contribuenti europei - e in particolare i contribuenti dei Paesi che versano più di quanto ricevono, come l'Italia - forniscono ai Paesi più poveri per aiutarli a crescere.
Sarebbe ora di affermare con forza che la solidarietà non è a senso unico: non si può solo prendere senza dare mai, magari prospettando soluzioni ridicole a problemi drammatici: come quando, qualche giorno fa, Orban ha suggerito di risolvere il problema migranti deportandoli tutti su un'isola. L'isola che non c'è, probabilmente.
pferrandi@gazzettadiparma.net

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