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Il ministro Frattini: "Gli italiani rapiti in Egitto stanno bene"

Il ministro Frattini: "Gli italiani rapiti in Egitto stanno bene"
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«I cinque turisti italiani sono in Sudan. E stanno bene». L’incertezza che regna sulla sorte e sull'epilogo della drammatica avventura degli italiani, rapiti venerdì scorso insieme a cinque tedeschi e a una rumena mentre erano a fare un tour al confine con il Sudan insieme a otto guide egiziane, è stata fugata dal ministro degli Esteri.
Parlando a New York, dalla rappresentanza italiana all’Onu, Franco Frattini ha voluto mandare un messaggio rassicurante alle famiglie dei cinque turisti torinesi. Ma ha ribadito che sulla vicenda deve mantenersi «un silenzio stampa di responsabilità».
Il titolare della Farnesina ha aggiunto che le autorità egiziane gli hanno confermato una volontà di collaborazione «stretta con le autorità italiane e tedesche». «È una triangolazione che funziona», secondo Frattini, che si tiene in contatto con il collega Ahmed Aboul Gheit, che dal Cairo lo aggiorna quotidianamente sugli sviluppi del delicato negoziato.

A sei giorni dal sequestro la trattativa con i rapitori continua. Nel più stretto riserbo per non comprometterne l’esito. Si stringono i tempi, anche per scongiurare il rischio che gli ostaggi vengano ceduti ad altri. La zona dove sono tenuti prigionieri i turisti occidentali è stata localizzata. È una sorta di «terra di nessuno», all’interno del Sudan a circa 25 chilometri dal confine egiziano. Ma al momento è escluso il blitz, anche se la banda di predoni è stata accerchiata e l’area è sorvolata sin da domenica da elicotteri egiziani. I rapitori - in contatto con Kirsten Butterweck, la proprietaria dell’agenzia «Aegyptus Intertravel» che aveva organizzato il tour e il cui marito è tra gli ostaggi - stando ad alcune fonti avrebbero minacciato infatti di uccidere i turisti in caso di un intervento armato. E nessuno intende correre rischi.
Con l’accerchiamento si cerca intanto di impedire che i carcerieri escano dall’area desertica in cui sono stati intercettati, vicino al massiccio montuoso di Jewel Oweinat, bloccando così il rifornimento di acqua e viveri, che cominciano a scarseggiare.

La situazione potrebbe sbloccarsi in ogni momento. Ma regna l’incertezza, mentre cresce l’angoscia dei familiari dei rapiti. Il nodo da sciogliere è il prezzo del riscatto. Il giallo è rappresentato dalla nazionalità dei rapitori: egiziani, sudanesi o del Ciad? Dal Cairo sostengono che si tratta di sudanesi, ma Khartoum ha smentito accusando l’Egitto.
La banda è a caccia di un riscatto milionario. Si parla di 6-7 milioni di dollari, il che confermerebbe la pista della banda comune. Il pagamento dovrebbe essere affidato dai servizi segreti tedeschi e italiani ad egiziani e sudanesi.

Sono state intanto trovate cinque valigie dei turisti rapiti. «Erano disperse nel luogo del sequestro», ha rivelato il quotidiano egiziano al Masry al Youm, citando fonti della sicurezza egiziana nel governatorato di Al Wadi Al Jadid. I bagagli sono stati localizzati e recuperati dalle squadre di sicurezza nel deserto sahariano al confine tra il Sudan e la Libia, in un raggio di 500 metri. Contengono gli indumenti e gli effetti personali di alcuni degli 11 ostaggi. Sarebbero state lanciate da veicoli nel loro procedere a zig zag nel cuore del deserto.

(Andrea Longo, Aga)

(Nella cartina, il luogo in cui è avvenuto il rapimento)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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