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Editoriale - Il sogno americano

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di Giuliano Molossi

Fino a quattro anni fa, quando venne eletto senatore,  nessuno aveva mai sentito parlare di lui. Oggi quel ragazzo nero con le orecchie a sventola, figlio di un immigrato keniano,  è il presidente degli Stati Uniti. Gli americani hanno voluto che la favola diventasse realtà. E' accaduto quello che sarebbe impensabile in ogni altra parte del mondo. Ma quello che rende l'America, pur con tutte le sue contraddizioni, uno straordinario paese è anche questo: il coraggio di osare, di voltare pagina, di stupire il mondo. E' il mito americano: se sei nato negli Stati Uniti un giorno potresti diventare presidente. Anche se sei nero, anche se tuo padre è nato in Africa, anche se da ragazzo ti facevi le canne, anche se appena dieci anni prima eri solo un giovane avvocato che assisteva gratuitamente i poveri di Chicago.  E Barack Obama, nel suo primo, emozionante discorso, davanti a una folla in lacrime, in un'atmosfera hollywoodiana, da film di Frank Capra, ha voluto proprio sottolineare  che «se c'è ancora qualcuno che dubita che l'America sia un posto dove ogni cosa è possibile, dove si può realizzare il sogno dei nostri padri e dimostrare il potere della democrazia, ebbene, questa notte la risposta è arrivata». In quel momento  Obama ha avuto la certezza matematica di aver vinto, anzi stravinto le elezioni. Tutti gli Stati decisivi, dall'Ohio alla Pennsylvania, erano suoi, Mc Cain aveva già ammesso la sconfitta. Il vecchio combattente, l'eroe del Vietnam che in tutta la campagna elettorale si era battuto come un leone contro un destino che pareva già scritto, si è congedato con grande dignità, inchinandosi al neo-presidente, riconoscendo i meriti dell'avversario e parlando della portata storica di un afro-americano che 45 anni dopo le grandi battaglie per i diritti civili entra a pieno titolo alla Casa Bianca.

E' facile dirlo ora, a giochi fatti, ma nelle ultime settimane Obama era diventato imprendibile. La svolta, secondo molti osservatori, è arrivata  con il fallimento della Lehman Brothers, il crollo di Wall Street e delle Borse mondiali, gli interventi statali, i segnali di recessione, l'incubo dei licenziamenti. Da quel momento McCain non è più riuscito a «smarcarsi» da Bush e dai repubblicani al governo. Se non ci fosse stata questa devastante crisi finanziaria, McCain avrebbe ancora potuto giocarsela, nonostante le imbarazzanti gaffes della sua incontenibile vice, Sarah Palin. Da lì in poi la strada di Obama verso la Casa Bianca è stata tutta in discesa fino alla schiacciante vittoria di martedì. Ma, a ben vedere, è stato quando ha ottenuto la nomination sconfiggendo Hillary Clinton dopo una sensazionale rimonta, che Obama ha superato lo scoglio più duro. E adesso che il «yes, we can», il «ce la possiamo fare» è diventato il «yes, we did», «ce l'abbiamo fatta», comincia una nuova pagina di storia americana. Potrà essere esaltante e segnare l'inizio di un secondo New Deal se Obama manterrà fede ai suoi impegni.

Ma le sfide da affrontare sono enormi. E l'euforia dovrà presto cedere il passo alla consapevolezza della gravità del momento. La crisi economica  è planetaria, la recessione può mettere in ginocchio anche un gigante come l'America. Di una cosa però siamo sicuri: Obama non è il rivoluzionario che qualcuno frettolosamente ha dipinto. La politica protezionistica a difesa del «made in Usa» può dare qualche giustificata preoccupazione in Europa ma il suo programma economico è complessivamente quello di un uomo pragmatico e moderato. E lo stesso equilibrio saprà dimostrare in politica estera con l'annunciato, progressivo, ritiro delle truppe dall'Iraq accompagnato da un contestuale, rinnovato impegno in Afghanistan dove Bush avrebbe fatto meglio a concentrare gli sforzi anzichè aprire un altro fronte di guerra. Forse, rispetto al passato, le novità più grosse arriveranno dalle politiche sociali e dalla sanità ma si tratterà di necessarie correzioni a un sistema  (si cura chi ha i soldi per farlo) che ormai non poteva più reggere. Sul piano fiscale, infine, la sua promessa di ridurre le tasse al 90 per cento degli americani, e cioè a quelli che vivono con meno di 250 mila dollari all'anno (e di aumentarle agli altri), gli ha certamente portato molti voti. E' un populista, dicono i suoi avversari, non ce la farà a mantenere gli impegni. Lo vedremo. Resta il fatto che le proporzioni della vittoria sono tali da poter dire che Obama, con il suo carisma, è riuscito a parlare al cuore della gente, e soprattutto «a quelli - sono parole del suo discorso nella notte di Chicago - che restano svegli quando i bambini dormono e si chiedono come pagheranno il mutuo o le parcelle del medico o come potranno risparmiare abbastanza per mandare i figli all'università».

Questi sono gli americani che hanno accompagnato Barack Obama fino alla Casa Bianca.

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