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Il personaggio

I ricordi di Abdon Cagnolati, instancabile chef dei due mondi

Emigrato in Colombia, al suo ritorno ha lavorato 20 anni alla cucina del Maggiore. Musica, impegno sociale e passione ai fornelli il «fil rouge» della sua vita

I ricordi di Abdon Cagnolati, instancabile chef dei due mondi
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Una vita straordinaria, di quelle che rendono avvincenti i romanzi e indimenticabili le persone. La storia di Abdon Cagnolati, 87 anni, è fatta di elementi unici, di incontri rari, di grandi lotte, di gioie sincere, di partenze, conquiste, ritorni e sogni. Quelli non mancano mai: non li ferma niente, tanto meno l’età. Abdon parla di sé attraverso le sue radici: le foto e gli scritti di suo nonno, suo omonimo, che agli inizi del ‘900 era capobanda nella banda di Langhirano, sono lo stimolo a ripercorrere la vita di generazioni, tutte collegate, come dice lui, «da un certo dna». «Credo ci sia qualcosa nel sangue, che si tramanda nella nostra famiglia – racconta, commosso dalla fortuna che l’uomo ha da sempre di osservare il mondo e interpretarlo -. E’ una certa sensibilità, un’attenzione al prossimo, una necessità viscerale di prendersi carico delle situazioni per non lasciare gli altri ad affrontarle da soli».
Il dna non ha «risparmiato» nessuno in famiglia: «Mio nonno Abdon Villetti, diplomato in bombardino al Conservatorio di Parma, era maestro di musica - continua -. Per 20 anni ha insegnato alla scuola dei missionari saveriani; offriva tutto con generosità. La predisposizione al «dare una mano» non manca nemmeno alle mie figlie, tutte impegnate in grandi progetti e lavori al servizio di chi ha bisogno». Ma è stato proprio Abdon Cagnolati il cuore pulsante della famiglia: grande sportivo, sia nelle nazionali di nuoto che nelle prime annate del Rugby Parma, abbandonò l’Italia dopo l’esame di maturità per attraversare l’oceano. Scelse la Colombia e a Bogotà imparò l’arte dei fornelli. «Sapevo bene francese e spagnolo: ero utile come interprete e pronto a lavorare sodo – racconta insieme alla figlia Franca con cui parla ogni giorno ancora in spagnolo -. Ho affiancato un grande chef francese, apprendendo i segreti dell’ottima cucina del suo paese e di quella sud americana. Amavo cucinare, servire le persone e farle appassionare ai sapori. Ma amavo anche qualcos’altro oltre alla ristorazione: una ragazza che avevo lasciato a Parma e che presto sarebbe diventata la mia dolcissima moglie. Le ho scritto lettere ogni sera, dopo il lavoro, alle due di notte seduto su una panchina alla luce di un lampione. Avevamo un trucchetto: io ricoprivo i francobolli di cera così lei li ritagliava e me li rispediva per poterli riusare. Ci siamo sposati per procura: lei in Italia, io qui. Poi finalmente mi ha raggiunto. Per la nostra prima notte insieme un amico mi aveva sistemato la casa, come usa in Colombia: tappeti e fiori dappertutto». E’ stato l’inizio di una meravigliosa storia insieme. Non sempre semplice: «In Colombia sono stato anche nominato console ad honorem – continua il signor Abdon -. Aiutavo nelle pratiche i turisti e gli immigrati, cercavo di risolvere piccoli inghippi, ma anche grandi questioni. Una volta un signore acquistò un’auto e quando gliela consegnarono scoprì che era un’accozzaglia di pezzi assemblati insieme. Smise pertanto di pagare le rate. Lo presero e misero in galera e iniziarono a trasferirlo da un carcere all’altro anche oltre confine; la moglie veniva a casa nostra a piangere ogni giorno. Sono sempre stato sensibile e ho sempre fatto il possibile per sbrogliare le matasse internazionali e non. Alla fine minacciai i presidenti di Venezuela e Colombia di raccontare tutto ai più grandi organi di stampa mondiali. Lo liberarono l’indomani. La mia «mamita», mia moglie continuerò a chiamarla così per sempre, mi è sempre stata vicino». Nella casa colombiana, sempre animata da persone e questioni da risolvere, la famiglia Cagnolati ha condotto tutte le proprie battaglie. Ma anche una volta tornati in Italia, nel 1972, Abdon ha continuato a operare per le sue «giustizie»: insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica, scelse di continuare a fare il ristoratore...ma in una cucina molto particolare. «Gli proposero di gestire i migliori ristoranti di Parma – spiega la figlia Franca -. Ma lui decise di lavorare ai fornelli dell’Ospedale Maggiore dove fu capocuoco per 20 anni». Si batté per il diritto di voto per gli emigrati e per innalzamenti salariali, ma di fronte a un aumento di sole mille lire sugli stipendi in segno di sdegno rispedì a Roma la medaglia di Cavaliere e una banconota da mille lire. Una vita di prese di posizione la sua, di coraggio, di onestà e coerenza. Anche oggi, che sente tanto la perdita della sua «mamita» scomparsa da un anno, non conosce fatica; cucina a più non posso per le figlie e i suoi otto nipoti, sistema i suoi alberi, dà lezioni di spagnolo e disegna il suo sogno: «Vorrei finire di scrivere il libro della mia vita». E quando gli si chiede cosa si sente di dire ai giovani lui non ha dubbi: «Ricordate che la patria è là dove si trova il pane...vivete dove potete lavorare».

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