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Torelli: "La mia Parma e la sua gente ricca di storie, ironia, umanità"

Il volume in vendita da domani con la Gazzetta a 9,80 euro più il prezzo del quotidiano. Giorgio Torelli parla di "Eravamo una piccola città": la rubrica ora diventa un libro.

Giorgio Torelli

Giorgio Torelli

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Emilio Zucchi
Scrigno stracolmo di sfavillante umanità e parole fatate, il volume di Giorgio Torelli «Eravamo una piccola città» raccoglie una quarantina di rapinosi articoli del grande giornalista e scrittore parmigiano pubblicati sulla Gazzetta nell'omonima rubrica della domenica. La fantasia del Nostro, infiammata, divertita e commossa al settimanale passaggio dell'alato cavallo dei ricordi, percorre le strade remote nel tempo, ma vicine nell'anima di innumerevoli e fedelissimi lettori, della Parma degli anni Trenta, Quaranta e primi Cinquanta con una gagliardia di immagini e una schiettezza di umanità che lasciano gioiosamente senza fiato: «Spesso si sente esclamare ''Quella Parma non c'è più'' - dice Torelli -, ma in realtà è un ritornello che rivela una certa pigrizia spirituale: se è vero che quella Parma non c'è più, ritroviamo uno scatto d'orgoglio e torniamo ad essa e a quello che fummo: una tribù con una sua viva originalità di interpretazione dell'esistere». Ovvio che Torelli non auspica l'impossibile, vale a dire che il 2013 sia il 1938 o il 1946: «Di quell'epoca potrebbe però rivivere, almeno in parte, lo spirito, che era questo: tutti vivevano esaminando se stessi e gli altri con ironia. E ciò faceva per me di Parma il più bel teatro umano che io abbia visto in azione». Un giudizio assai lusinghiero, anche perché esce dalla bocca di uno che il mondo lo conosce benissimo: come inviato speciale, Torelli ha infatti visitato ogni angolo del globo: «Parma era un teatro umano in cui tutti i giorni ognuno faceva il suo assolo idealmente a una ribalta. Non è detto che questo assolo fosse imbroccato, ma mi conquistava la teatralità nel tentare questa interpretazione». Torelli, che da sessant'anni abita a Milano, dubita che Parma sia cambiata nel profondo: «Non posso immaginare che questo deposito intimo di ironia, generosità, affabilità e baldanza non sia stato trasmesso alle nuove generazioni. Forse si è solo addormentato: servirebbe una tromba verdiana per annunciarne la riscossa: parmigiani siate voi stessi!». Esaltando i valori della parmigianità, così frementi in «Eravamo una piccola città», Giorgio il Grande prosegue lancia in resta: «Un'altro valore da tenere alto è quello che fuori Parma viene detto ''consapevolezza'', ''senso della misura'', e qui invece chiamiamo ''cognizione''. E questa cognizione si accompagnava però, nei parmigiani, a una forte coloritura: insomma, non ho mai visto un parmigiano che fosse banale. Questo mi inorgoglisce. E confesso che farei come tanti scozzesi: se esistesse un kilt gialloblù di Parma non esisterei a indossarlo». Torelli è un fiume in piena d'amor patrio ducale: «L'umanità di Parma per me era un modo di essere che aveva un fascino irresistibile: il mutuo soccorso, l'aiuto reciproco tra abitanti della stessa via era straordinario. E questo altruismo si sposava con un attitudine all'affabulazione, al raccontare, che era vivacissima. Dicono che esagero nel magnificare Parma e la sua gente, e che sono fazioso. Ebbene, sì, sono fazioso e non voglio fare a meno di esserlo: il mio repertorio umano è fatto di parmigiani e non voglio rinunciarvi. Come non voglio rinunciare al nostro dialetto». Con una punta di amarezza, Torelli dice che «è una grande perdita aver rinunciato al dialetto: il parmigiano è una lingua dai colori meravigliosi, ha una forza straordinaria ed è perfetto per l'ironia e il sarcasmo». Il libro di Torelli contiene un messaggio e un auspicio: «Il messaggio è che chi ha visto delle cose ha il dovere morale di raccontarle. L'auspicio è che questo libro faccia compagnia a chi vorrà leggerlo: ecco, spero questo, di fare compagnia ai miei lettori». Speranza ben riposta: fastosa ma cordiale, ricca ma non superba, solenne ma scherzosa, la lingua di Torelli incanta e diverte. Come le sue storie, come la nostra storia.

 

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