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Misteri di ogni giorno e amare verità

Alice Munro, sentimenti e atmosfere in pagine di rara finezza psicologica

Alice Munro

Alice Munro

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Rita Guidi

Quello che non si dovrebbe dire. Quello che non si dovrebbe sapere. Vive di una torbida poetica dell’inopportuno, la magia di ogni pagina di Alice Munro. Ogni racconto il ritratto fulmineo di un mondo preciso e bizzarro, di una fastidiosa verità che spreme l’apparente realismo fino a farne «esistenza». Non per nulla è a lei, «maestra del racconto breve contemporaneo», che è stato assegnato il Nobel per la Letteratura di quest’anno.
Riconoscimento estremo di una serie di altri (per ben tre volte ha ricevuto il Governor’s General Award: il più importante premio letterario canadese), a sancire l’universo cesellato e semplice dell’ottantunenne scrittrice. Una perfezione letteraria, inseguita (e raggiunta) da subito. Come si evince dalla prima raccolta di racconti, «Danza delle ombre felici» pubblicata per la prima volta nel 1968 dalla trentottenne scrittrice (è il primo Governor’s General Award) e ora opportunamente riproposto da Einaudi (pag. 248, euro 19,50), per chi, dopo il Nobel, volesse scoprirla o (ri)trovarla. Quindici storie di altrettante pagine, Munro traccia da subito il proprio segno sul foglio: l’orizzonte anonimo di luoghi (s)perduti (il paesaggio nativo del Southwestern Ontario), protagoniste che vivono (più spesso soffrono) i limiti della propria femminilità, e quello sguardo sul vivere come ruvida, quotidiana scoperta: qualcosa di unico, assoluto, semplice, incomprensibile eppure paradigmatico. Perché succede (sempre) qualcosa, ma è come se fosse niente: perché quel qualcosa fa parte del grande mistero di esistere; da leggere meglio (e da accettare di più), dove abita l’apparente piccolezza dei luoghi e della gente. Nel racconto «Il cowboy della Walker Brothers», per esempio, che apre la raccolta, il ‘confine’ è davvero piccolissimo: una fetta di nulla, nei dintorni di Tappertown, dove si muove lo sguardo di bambina della protagonista e le giornate – di rappresentante – del padre.
Un percorso che diventa una sorta di gioco, una gita inattesa (oltre a quella di sempre: «Scendiamo a vedere se c’è ancora il lago?»), in un torrido giorno d’estate, quando col fratellino la ragazzina è invitata a seguire il papà-venditore ambulante in orizzonti – a lei – totalmente sconosciuti. E’ così che la calura scontorna di un (dis)incanto nuovo il profilo del padre; è così che il sorriso si fa complice e muto di cose non dette, che sarà meglio non dire. Confine spezzato col mondo degli adulti che non è il solo in queste pagine, anche se di più, c’è il confine tra uomo e donna: la limitazione di essere donna. Splendido in questo senso «Lo studio», sul desiderio frustrante e frustrato di un luogo proprio per una (casalinga) scrittrice. Perché, spiega: «Un uomo può benissimo lavorare in casa. Ci porta il suo lavoro e gli si fa spazio; la casa si risistema come può intorno a lui. Sono tutti pronti a riconoscere che il suo lavoro esiste.(...)
 Un uomo può chiudere la porta. Te la immagini una madre che chiude la porta con i figli che sanno che lei c’è? Il solo pensiero è scandaloso ai loro occhi». Scandaloso. Come difendere la scelta di andarsene da una casa e da una madre condannata dal Parkinson («La pace di Utrecht»). O preferire la testardaggine e l’universo antico della vecchia proprietaria di una casa – altrettanto vecchia, un po’ sudicia ma da sempre sua – al desiderio di allontanarla per uniformare («Case bianchissime») la strada, il quartiere... la nuova società. Quello che non si dovrebbe dire. Quello che non si dovrebbe sapere. Alice Munro sceglie il bruciante fastidio della verità. Poi lo nasconde sotto i nostri occhi. Proprio lì, sotto il tappeto.
Danza delle ombre felici - Einaudi, pag. 248, 19,50

 

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