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L'epica della provincia come antidoto
alla crisi e al trionfo della bruttezza

Silvia Avallone ha presentato il suo libro: «Racconto i giovani che non vogliono cedere»

L'epica della provincia come antidoto
alla crisi e al trionfo della bruttezza
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L'estetica etica. La bellezza come arma di giovani pionieri nati negli anni Ottanta in provincia, che quella provincia di capannoni sfitti e cemento diffuso ora la vogliono riprendere, insieme ai mestieri seri dei nonni. Ne ha parlato con passione ieri sera a Palazzo del Governatore la scrittrice Silvia Avallone, autrice del fortunatissimo «Acciaio« e ora di «Marina Bellezza» (ed. Rizzoli), romanzo corale sulla generazione di chi oggi ha suppergiù vent’anni. La serata è stata organizzata dal Servizio biblioteche del Comune.
Fame di futuro e voglia di restare, di non abbandonare l’Italia e la sua provincia, intessuta di giovani contadini tornati nelle valli sconosciute, insegnanti eroi della Resistenza, questo lo spirito che bagna il libro. La Avallone, incalzata dalle domande di Mara Pedrabissi, giornalista della «Gazzetta», ha raccontato: «Vado a caccia delle storie di chi rimane. Storie estreme, opposte. Strade folli, sterrate, alternative. Acciaio era stata per me una dichiarazione di guerra, in quegli anni appena prima della crisi non si parlava mai di lavoro. Esistono le fabbriche, gli operai, questo ho voluto dire. Oggi si parla solo del lavoro che non c’è, non potevo dichiarare guerra, siamo già in guerra. Bisognava tentare una ricostruzione». E infatti, se si può definire «Marina Bellezza», si tratta di un romanzo di ricostruzione.
Ci sono storie di ragazzi che strappano un pezzo di bellezza a un territorio; «alcuni coetanei sono eroi», ha affermato la Avallone.
Un lungo, appassionato, ardente discorso: «Marina, esatto specchio di questo paese, è figlia di questi vent’anni. L’unica cosa che ci hanno insegnato a sognare è il successo facile, tutto subito. Lo scrittore ha un compito preciso: mettere il dito nella piaga. Un romanzo deve farci male, metterci in discussione. Fare anche da specchio che non ci piace. Marina è l’Italia nuova travestita da Italia vecchia».
Parla dando del lei ai suoi personaggi, come chi sa scrivere.
«Il successo è il percorso, non il momento di gloria. Non contano solo i risultati. Sono andata a conoscere tante persone reali. In un’Italia saccheggiata dall’idea del tutto subito: cementifichiamo, buttiamo rifiuti, non importa chi viene dopo. C’è chi sogna di fare il mestiere del nonno. Tornare alla provincia, riprendersela, in mezzo ai capannoni sfitti. Andrea prende quindici mucche e va a salvare un mondo dimenticato. C’è lo spirito dei pionieri del Far West, senza di loro sarebbe un paese morto».
Servendosi del biellese come metafora d’Italia, dopo un book tour di cinque mesi, racconta: «E’ servito un anno e mezzo di lavoro. Devo partire da un luogo. I luoghi sono dei personaggi. Sono protagonisti. La provincia profonda è una terra di conquista: volevo epica, la gente di provincia l’ho vista e scritta come i personaggi di Sergio Leone«. E poi: «Diventare adulti è superare il conflitto con la famiglia. Questa generazione è anche meglio della precedente, non ha tutto subito. S’ingegna». Sul suo ruolo: «Parteggio, ma non sono militante. Letteratura è libertà, è poter andare controcorrente, è il contrario dell’ideologia. Se la strada non è faticosa, non stai andando da nessuna parte». Il primo editor? «La mamma».

Usa parole accese: «Capire cos’è la provincia, è capire chi siamo. La provincia è spicchio di verità, cordone ombelicale. Provincia non è per forza provinciale. Ho voluto raccontare la provincia in un momento in cui la città ha tradito. C’è un moto di ribellione forte, tante persone per andare avanti sono tornate indietro. Moto retrogrado, che non è tornare indietro. La provincia è anche terra di sperimentazione».
Difficile ripetersi, chiede il pubblico? «Acciaio era il romanzo dove la fabbrica c’era, dura, faticosa; “Marina Bellezza” è il romanzo dove la fabbrica non c’è più. Andrea è uno che legge Flaubert nella stalla».

 

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