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Olocausto, orrore dopo l'orrore

Valentina Pisanty - Autrice del saggio «L'irritante questione delle camere a gas»

Olocausto - Campo di concentramento
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Milioni di ebrei sono stati uccisi nei lager nazisti di Auschwitz, Sobibor e Treblinka, Belzec, Majdanek e Chelmno. Ma c’è chi non la pensa così e per loro quei luoghi «maledetti», erano solo campi di prigionia e di lavoro, non di sterminio. E i sei milioni di ebrei uccisi? Macché sei! I milioni di ebrei uccisi «sono cinque, quattro, tre, due, o forse solo uno». C’è anche chi afferma che Auschwitz, le camere a gas e lo sterminio in genere, «sono un’invenzione della propaganda alleata, sostenuta dall’internazionale ebraica». E il Diario di Anne Frank? «Una contraffazione, un mostruoso travestimento». Sono le aberranti tesi argomentate da quegli autori definiti «negazionisti»: gente impegnata ad alterare la verità delle cose, a negare gli orrori di una dittatura criminale per minimizzare le colpe naziste. Uno dei più accaniti sostenitori della tesi dell’inesistenza dei campi di sterminio fu lo scrittore, politico anarco-socialista francese Paul Rassinier (1905 – 1967) che definì «irritante» la questione delle camere a gas. E «L’irritante questione delle camere a gas» (Bompiani, pag. 366,12,00) s’intitola il saggio che la semiologa Valentina Pisanty, docente all’Università di Bergamo ha scritto per spiegare la «logica del negazionismo». Con quest’opera rivista e ampliata rispetto a quella del 1997, l’autrice intende «identificare i percorsi attraverso cui un certo testo viene letto dalla storiografia scientifica in un modo, e da autori come Rassinier in modo diametralmente opposto»; capire come i negazionisti costruiscano il loro «edificio teorico», perché la lotta al negazionismo «è fatica sprecata se non si capisce di che cosa la negazione è sintomo». Di questo perverso fenomeno discutiamo con la professoressa Pisanty.
Professoressa, quali sono gli obiettivi del fronte negazionista?
Alla base del negazionismo c’è sempre un sentimento antisemita, perché è evidente che chi nega la Shoah è mosso da un’estrema ostilità nei confronti delle principali vittime del crimine nazista. Peraltro i negazionisti non hanno nulla da dire sullo sterminio delle altre minoranze (per esempio i rom), a riprova del fatto che il bersaglio dei loro attacchi sono per l’appunto gli ebrei. Secondo questi autori la Shoah sarebbe un’invenzione della propaganda alleata, di matrice sionista, per estorcere riparazioni di guerra alla Germania sconfitta e, predando sui sensi di colpa dell’Occidente, per avvantaggiare lo stato di Israele. Alla base di questa tesi c’è sempre una versione aggiornata della teoria della cospirazione ebraica: dal dopoguerra in poi, una non meglio identificata lobby ebraica avrebbe sistematicamente manipolato l’opinione pubblica e, con l’aiuto degli storici e dei media, contrabbandato per vera una storia completamente inventata, trasformandola nel principale mito del ventesimo secolo.
Nel corso degli anni il movimento ha avuto delle svolte e cambiamenti?
I primi autori negazionisti compaiono nell’immediato dopoguerra, soprattutto in Francia e negli Stati Uniti. Si tratta però d’individui isolati, culturalmente emarginati, talvolta mossi da intenti apologetici nei confronti del nazismo, altre volte segnati dal trauma di una guerra da cui erano usciti personalmente sconfitti. Per decenni questa corrente di pensiero, se così vogliamo definirla, resta latente nella cultura europea. È solo verso la fine degli anni settanta che, grazie alla complicità involontaria dei media, il negazionismo affiora come fenomeno sociale mediaticamente visibile.
Chi c’era alla testa del movimento?
Il catalizzatore del movimento è Robert Faurisson che nel 1978, dopo aver bombardato per mesi le redazioni dei giornali francesi con le sue missive provocatorie, riesce a far parlare di sé la stampa internazionale. Da quel momento i negazionisti hanno imparato a sfruttare a proprio vantaggio il sistema dei media, lanciando continue provocazioni e poi, di fronte alle reazioni indignate che inevitabilmente suscitano, schermandosi dietro al principio della libertà di espressione per rivendicare il ruolo di vittime perseguitate dall’ortodossia storiografica (e dunque dalla solita cospirazione sionista). Negli ultimi anni i fronti del negazionismo si sono spostati: da una parte, la tesi dell’inesistenza delle camere a gas è approdata in Medio Oriente (su sollecitazione dei negazionisti occidentali), dove prima non c’era, e dall’altra ha cominciato ad attecchire e a proliferare in rete.
Chi sorprende di più però è un negazionista come Paul Rassiner, uno che nei campi di sterminio c’è stato e ha visto come funzionavano.
Rassinier è senz’altro il personaggio più singolare di questa vicenda. Ex uomo di sinistra dichiaratamente pacifista, durante la guerra fu deportato a Dora e a Buchenwald: campi di concentramento, non di sterminio, che per sua fortuna Rassinier non ebbe modo di conoscere direttamente. Dopo il 1945, per motivi molto difficili da capire (forse una forma di sindrome di Stoccolma?), s’identificò con i suoi carcerieri al punto da convincersi un po’ alla volta, nel corso degli anni cinquanta e sessanta, che i principali crimini di cui i nazisti erano accusati non fossero mai avvenuti, che il numero di ebrei morti nei lager fosse di gran lunga inferiore alla cifra ufficiale dei sei milioni, che la maggior parte di essi morì di stenti e di malattie o per colpa dei kapò, e addirittura che i veri responsabili della guerra non furono i tedeschi, bensì gli ebrei stessi.
Su cosa si basava la sua tesi?
Su calcoli pseudo-demografici, su una selezione drastica delle testimonianze di guerra rilette in chiave cospirazionista, su un metodo particolare per leggere i documenti così da far dire loro ciò che si vuole, sulla diffidenza a priori nei confronti di qualsiasi testimonianza che attestasse la realtà dello sterminio e, alla fin fine, su una ossessione antiebraica che accompagnò Rassinier fino alla morte, avvenuta nel 1967.
L'irritante questione delle camere a gas
Bompiani, pag. 366, 12,00

 

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