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«Ladri - Gli evasori e i politici che li proteggono», saggio di Stefano Livadiotti

Stefano Livadiotti

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All’estero talvolta dicono di noi (italiani, s’intende) che il nostro maggiore sport nazionale non è il calcio. Ma l’evasione fiscale. E purtroppo i numeri non possono che far riflettere: su oltre 41 milioni di contribuenti, il 62,89 per cento dichiara meno di 26mila euro, lo 0,1 per cento più di 300mila euro. Eppure, non si può ignorare l’enorme quantità di Suv che girano per le strade del Belpaese (sono 2,7 milioni le auto di lusso; e 600mila le barche nei nostri porti), e nemmeno il fatto che realizziamo il tre per cento del Pil mondiale, pur essendo appena l’uno per cento della popolazione del pianeta. Parte da questi numeri Stefano Livadiotti, firma di punta dell’«Espresso», in un saggio, «Ladri. Gli evasori e i politici che li proteggono», che, statistiche alla mano, non intende fare sconti. A nessuno.
L’inchiesta procede attraverso alcune tappe, che analizzano il rapporto tra «evasori e tartassati», il mondo del sommerso, ma anche il triangolo (pericoloso) tra gli elettori, i loro rappresentanti politici e il fisco. Alcuni dati sono noti: i lavoratori dipendenti sono la categoria più numerosa fra i contribuenti. Ma il fatto anomale è che essi, pur guadagnando in media più degli autonomi, dispongono di un patrimonio pari alla metà di quello posseduto da questi ultimi. «Il gioco – spiega l’autore – è, tutto sommato, abbastanza semplice: non far risultare tutti i ricavi e gonfiare i costi, mostrando così un margine tassabile ridotto all’osso». Al di là delle trecento banche dati che potrebbero essere di aiuto al riguardo, si stima che i contribuenti italiani a rischio siano cinque milioni, mentre i controlli non superano mediamente quota 200mila. Servirebbero, dunque, più verifiche; e, secondo l’autore, sarebbe fondamentale anche limitare ulteriormente l’uso del contante, oltre che realizzare una seria riforma del catasto. Ma qui entra in gioco la politica e Livadiotti non risparmia dure critiche alle politiche berlusconiane in materia (condoni e scudi fiscali compresi). Senza dimenticare il peso di alcune lobby. Più in generale, quello che emerge dall’analisi dell’evoluzione politica degli ultimi decenni, è il fatto che se in Italia il fattore etico-religioso ha condizionato per lungo tempo il voto, a partire dagli anni Novanta l’elemento decisivo per le scelte degli elettore è costituito dall’appartenenza sociale. Alzi la mano, ad esempio, chi non ha sentito evocare, almeno una volta, in campagna elettorale (e non solo) il cosiddetto «popolo delle partite iva». Al termine di un’analisi arricchita da una bibliografia e da un utile indice dei nomi, l’autore non rinuncia a un approfondimento sul rapporto con il fisco dei nostri parlamentari. Emergono così aliquote agevolate, diarie esentasse e altri dati che non produrranno effetti benefici sulla salute dei lettori-elettori. Basti sapere che, tenuto conto di indennità e rimborsi vari, «la retribuzione complessiva di chi siede alla Camera in rappresentanza del popolo italiano è sottoposta a un’aliquota media Irpef del 18,7 per cento». E allora non si può davvero non concordare con quell’affermazione attribuita a De Gaulle e citata dall’autore in apertura del libro: «L’Italia non è un paese povero, ma un povero paese».
Ladri - Gli evasori e i politici che li proteggono
Bompiani, pag. 239,16,50

 

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