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Il bandito all'ombra del melograno

"La quinta stagione è l'inferno", il nuovo libro di Salvatore Niffoi: una storia di passioni fra miti e tradizioni arcaiche. L'epos di un latitante della Barbagia che torna a morire nel suo paese

Il bandito all'ombra del melograno

Salvatore Niffoi

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Ci sono storie, paesaggi, passioni che appartengono così profondamente al mondo espressivo e metaforico di Salvatore Niffoi da essere ormai entrati nell’immaginario dei suoi lettori che, romanzo dopo romanzo, sono stati conquistati da quel suo particolare sguardo sul mondo e sulla sua Sardegna. L’autore, di «La leggenda di Redenta Tiria», «La vedova scalza» (Premio Campiello 2006), «Pantumas», il cantore della Barbagia, con i suoi miti e le sue tradizioni arcaiche, ritorna in «La quinta stagione è l’inferno» alle sue emozioni estreme. E fin dalla prima pagina, con una scrittura aspra che a tratti si illumina di sorprendente poeticità, con una lingua che mescola espressioni onomatopeiche al sardo antico del padre cavatore di pietre, ci immerge nel suo paradiso perduto che profuma di lentischio e di cardi secchi. «Un giorno che passeggiavo in campagna attorno a casa mia – racconta Niffoi - mi sono fermato, quasi frastornato da quella esplosione di colori e di profumi che nella vita ho trovato solo nella mia terra. Ho pensato: se l’inferno è così, io ci voglio andare. In quel momento ho capito che avevo trovato il titolo del mio romanzo». La memoria di Niffoi è legata ai luoghi in cui è nato e ha deciso di vivere.
«E’ da lì che nasce la mia ispirazione – spiega - Si è fissata su quei muri, su quelle strade, su quei silenzi e da lì non può allontanarsi. Quando scrivo, con le mie parole cerco di ricreare un mondo che sta per finire». Protagonista di «La quinta stagione è l’inferno» è Bantine Bagolaris che per vent’anni è stato lontano da casa. Ingiustamente accusato della morte di una donna in cui è in realtà coinvolta la ricca e potente famiglia dei Gunzanes, Bantine è sfuggito a un agguato e ha lasciato la moglie e il figlio appena nato. Nei primi tempi non ha voluto lasciare la sua Sardegna: si è rifugiato in un ovile di fronte al mare o “nella macchia ventosa della montagna dove l’odore del mirto e del rosmarino entrava nelle ossa e le ore passavano lente come ombre di pietra”. Poi si è dovuto imbarcare e ha raggiunto il continente. Ed è a Roma che ha iniziato la sua vera vita di bandito: a capo di una banda di disperati, Bantine ha compiuto rapine, sequestri, omicidi, senza aver paura di guardare negli occhi le sue vittime. Ma quando, colpito da un proiettile alla testa, capisce che la fine è vicina, non vuole morire “in terra anzena” e si fa riportare a casa per poter rivedere sua moglie Veronica e suo figlio Ramundu. Ritorna nella sua casa, a Maragolò, in un rovente pomeriggio d’estate, in cui “le strade erano deserte, il sole infuocato schiacciava le ombre tremolanti degli olmi sull’asfalto gommoso e un vento maligno giocava a mòlina mòlina sui tetti delle case”. I suoi compagni lo lasciano sulla porta ed è lì che viene raccolto da suo figlio: «Vent’anni prima, aveva fatto appena in tempo a scorgere il colore dei suoi occhi e a sentire sulla sua pelle l’odore del latte, poi aveva dovuto fuggire – racconta Niffoi – Ma ora voleva raccontargli tutto di sé, senza aver paura di svelare anche i lati più oscuri della propria esistenza». Su questo lungo monologo Niffoi ha costruito tutto il suo romanzo. Si è affidato all’onda dei ricordi di un uomo che aveva sbagliato tutto, ma che sperava che una vita fallita potesse servire a raddrizzare altre vite. «In questi tempi in cui la comunicazione è solo virtuale - racconta ancora - ho cercato di mostrare che le cose narrate possono essere ancora più importanti di quelle vissute. Attraverso la sua confessione, in quelle ventiquattro ore che gli rimangono, Bantine torna a essere padre, lui che padre non era mai stato». Pagina dopo pagina, Bantine rivela l’amore per la moglie, che ha conosciuto quando lei aveva solo quattordici anni. Rivive i giorni gioiosi, le feste di paese, le danze tradizionali e i valzer ballati stretto a lei, ricorda il tempo in cui era stato un marito innamorato e ripercorre i suoi pochi istanti di padre fiero e felice. «La nostra volontà conta e non conta – racconta al figlio – Adesso capisco che forse era già tutto predisposto, come le carte su un tavolo da gioco quando si inizia una partita». In «La quinta stagione è l’inferno» ritroviamo molti degli elementi centrali della narrazione di Salvatore Niffoi: c’è una realtà cupa, fatto di violenza, tradimenti e vendette, c’è lo smarrimento della propria identità, l’amore indissolubilmente legato alla morte e il tema del ritorno al proprio mondo, prima che tutto sia finito. Ma c’è anche la speranza nel futuro. Dopo vent’anni, Bantine può toccare suo figlio e attraverso il contatto delle mani trasmettergli la linfa della vita. La morte, questa volta, non è vista come sconfitta e dannazione. In «La quinta stagione è l’inferno», Niffoi lascia spazio a una conclusione quasi catartica, al superamento dell’odio in nome degli affetti e del perdono. Quell’uomo che ha rubato e ucciso, sparso sangue e violenza, ma ha riconosciuto i propri delitti e si è pentito, verrà sepolto sotto l’albero di melograno che ha amato: «Bantine – conclude Niffoi – cerca la redenzione nel racconto e nella verità. Ha avuto una vita disgraziata ma, prima di morire, ha la fortuna di avere il tempo di fare i conti con il proprio passato».
La quinta stagione è l’inferno - Feltrinelli, pag. 139, euro 14,00

 

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