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Oltraggiato eppure così utile

"L'onesto porco", saggio di Roberto Finzi. L'importanza del maiale: tradizioni, gastronomia, civiltà

Oltraggiato eppure così utile

La maialatura in un disegno di Giuseppe Monica

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Come si può riabilitare il porco? Nel senso del maiale, per ricordare un verso di una famosa canzone popolare. Beh, riabitarlo ripercorrendone la storia nella letteratura e nella cultura in genere e ricostruendo quindi le (ingiuste) diffamazioni: questa l'idea di Roberto Finzi, nel suo «L'onesto porco», una sorta di saggio da consumare in poche ore. Roberto Finzi apre il suo libro con una citazione «politica», di un sagace Winston Churchill: «Mi piacciono i maiali. I cani ci guardano dal basso. I gatti ci guardano dall'alto. I maiali ci trattano da loro pari». Una massima che spiega chiaramente le intenzioni dello scrittore. Che di fatto, oltre a voler dimostrare che la diffamazione del porco è qualcosa di assurdo, ha come obiettivo l'uomo: si offende il maiale per colpire la razza umana. Per comprendere meglio l'idea che ha guidato l'autore, bisogna capire chi è Roberto Finzi: classe 1941, è innanzitutto un docente universitario (Storia economica, Storia del pensiero economico e Storia sociale) che ha lavorato negli atenei di Bologna, Ferrara e Trieste. Molte le pubblicazioni soprattutto di carattere economico dedicate a Turgot e Majorana, ma anche molte opere dedicate al pregiudizio contro gli ebrei e all'antisemitismo. E in fondo anche questo saggio «divertente» sul porco è affrontato con una cura dei dettagli tipici dello studioso. Sin dal primo capitolo che spiega la nascita del nome. Da verro a maiale se castrato. Ricordando anche come molti animali di grossa taglia, nel mondo anglosassone, cambino nome dopo morti: «Una volta morto il bue bullock diventa beef, il maiale pig diventa pork, il montone sheep diventa mutton...» e così via. Inevitabile, per chi del maiale non butta via nulla, pensare al nostro dialetto: in parmigiano al «gosèn» diventa «nimèl». E si capisce così come la tradizione popolare faccia parte della cultura. Il maiale, dalle nostre parti, ha una grande importanza anche (forse prevalentemente) dal punto di vista economico. «Al nimèl», ovvero l'animale per eccellenza, quella bestia che si mangia tutta, della quale niente si butta. Finzi cita, tra l'altro, un documento del Comune di Parma del 1735, dove, «nell'elencare i prezzi della lavorazione del maiale si usa per la prima volta il termine culatelli senz'osso» (cit. Pg 59). L'importanza del maiale. Materia prima poi di prelibatezze che hanno lanciato la food-valley ben oltre i confini nazionali. Culatello, prosciutto, salame e chi più ne ha più ne metta. Senza dimenticare che questo ragionamento lo si può applicare di fatto a tutta la penisola dove il maiale, trasformato in salume oppure no, entra nella tradizione gastronomico (e quindi economica) di ogni regione. Anzi, di ogni provincia. E Finzi rievoca l'importanza alimentare ed economica del maiale sin dall'epoca romana. Ripercorrendo una storia che di fatto si sintetizza nei molti prodotti che anche nell'era moderna si producono con l'animale per eccellenza. Per questo il maiale diventa anche oggetto di narrazioni e poemi. Finzi così parla anche del maiale protagonista di grandi opere (come l'Odissea) e soprattutto del «canto di Circe» dove gli uomini manifestano la loro vera natura, ovvero quella dei porci che «avresti potuto scorger sotto la scorza umana molto più facilmente di ogni altro animale». Sorrisi e cultura vanno a braccetto: un modo amabile e chiaro di raccontare e spiegare scritti e opere del passato. Dove «il maiale è dunque un animale turpe da ogni punto di vista. La fama negativa del porco è antica» (cit. Pag 35). Parte da qui un gustoso, è proprio il caso di dirlo, excursus sull'offesa più classica, tradizionale come e più dei salumi: per offendere un uomo gli si dà del porco. Lo scriveva Dante ma non solo. Inevitabile anche che in questo testo delizioso e leggero insieme, si parli dei «difetti» storici del porco: la sporcizia e soprattutto la voracità. Anche in questo caso si parla del maiale pensando all'uomo. Finzi, per dimostrare questa teoria, riporta un passaggio magnifico del testamento del maiale, redatto poco prima della macellazione: «Prima lascia che il mio corpo sia da una caterva di golosi con varia cuocitura nel lo ventre sepelito...» (cit pg 46). Ecco dunque che il titolo di questo libro («L'onesto porco») è più che giustificato. Ma Finzi, da studioso attento qual è, si fa la domanda più semplice, forse ovvia ma di certo più pertinente: perché un animale che è così importante da morto, ha tanti detrattori quando è vivo? Inizia paradossalmente la parte più culturale del libro, filosofica vien da dire. Ma semplice insieme. E' la forza di questo libro da gustare senza pause. Libro che si chiude con una appendice che contiene qualche scritto, più o meno nobile, sul maiale. Tra questi «L'elogio del cotechino» e un chiarissimo «Meglio porco che uomo». La storia di una diffamazione è compiuta e «L'onesto porco» può ritrovare la sua dignità. Un po' come accade tra gli uomini.
L'onesto porco - di Roberto Finzi, Bompiani, pag. 161, euro 11,00

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