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Crisi economica, crisi esistenziale

Antonio Scurati - Finalista al premio Strega con il romanzo «Il padre infedele»

 Antonio Scurati

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Marito innamorato e padre fervido, Glauco Ravelli, il protagonista quarantenne e voce narrante del romanzo «Il padre infedele» (Bompiani, 188 pp., 17 euro) con il quale lo scrittore Antonio Scurati è finalista alla LXVIII edizione del Premio Strega, affronta uno sconvolgimento imprevisto che rende dubbie tutte le sue certezze. Glauco è laureato in filosofia, ma ha deciso di diventare uno chef per continuare l’attività del padre dal quale ha ereditato un rinomato ristorante, e proprio quando l’amore sembrava averlo beatificato con la nascita di una figlia, la moglie dopo otto anni di matrimonio, diventa fredda, quasi ostile, e lui si trova a esercitare il mestiere di genitore partendo dalle rovine di una maternità caratterizzata da una forma di insufficienza. Abbiamo intervistato Antonio Scurati che già nel 2009 fu finalista allo Strega con il romanzo «Il bambino che sognava la fine del mondo», e mancò il podio per un solo voto.
Il romanzo narra soprattutto i tormenti di un padre ma anche di un uomo ferito nel suo orgoglio di maschio?
Quella del romanzo è anche una storia di disamore fra Glauco Ravelli, il protagonista, e la moglie Giulia che gli dà una figlia. In parallelo, e questa mi sembra la peculiarità del libro, è raccontato l’affetto di quest’uomo per la sua bambina, cosa singolare che caratterizza i cosiddetti «nuovi padri». Le due vicende procedono in parallelo, e hanno anche una scaturigine comune: la crisi coniugale esplode proprio quando l’amore fra i coniugi si corona con la nascita della figlia. Ed è anche il punto d’inizio della storia affettuosa di questo padre per la figlia.
Perché l’essere padre, per il suo protagonista è quasi un trauma?
Glauco scopre la paternità assieme a un’intera generazione, quella degli attuali quarantenni che sta reinventandone la figura. Viviamo in un’epoca di profonda trasformazione, e dopo l’eclissi storica dei modelli, i padri sono passati dalla società patriarcale allo smarrimento per la mancanza di un archetipo esemplare. Il personaggio del romanzo è uno dei tanti genitori che conduce su se stesso questo esperimento antropologico di ricerca di un nuovo modo di essere padri, dopo che il modello della tradizione non esiste più. E si tratta di una ricerca molto conflittuale, perché da un lato sente forte una spinta regressiva verso una condizione di maschilità più animale; ma allo stesso tempo sente la necessità di essere padre della bambina, in quel nuovo ruolo che non può più essere secondo tradizione.
Ma lo sconcerto in Glauco da cosa nasce?
Quella di Glauco, è la prima generazione dalla rivoluzione francese in poi alla quale non è dato sperare che la vita dei figli sia migliore della propria. L’evaporazione e il tramonto dell’autorità paterna, è un processo storico che viene da molto lontano e accompagna la modernità. Si avvera la profezia dell’eclissi del padre che data da tempi remoti: è un processo di lungo periodo che oggi precipita, e in qualche misura non riguarda solo noi, ma anche chi ci ha preceduto e chi verrà dopo.
In questa nuova dimensione genitoriale, come si articola la funzione della famiglia?
Questo è un discorso problematico: il romanzo racconta la situazione paradossale di due persone diventate genitori tardivamente alla soglia dei quarant’anni. E fanno fatica a trovare una versione della famiglia adeguata alla volontà di essere padre e madre. Intuiscono che non è sufficiente mettere al mondo un figlio per creare una famiglia. Siamo alla ricerca di un modo nuovo di essere genitori che facciano della famiglia un mondo comunitario fra individui.
Le preoccupazioni di Glauco e Giulia, sono in qualche modo imputabili ai tempi incerti in cui viviamo?
Il romanzo è ambientato anche sullo sfondo della crisi sociale ed economica che stiamo attraversando. Glauco è uno chef che insegue i suoi sogni professionali sotto forma della prima stella Michelin in un momento di forti contrazioni dei consumi, e deve fare i conti con le delusioni della generazione dei quarantenni che nella prima parte della vita è cresciuta un po’ nella bambagia, e raggiunta l’età adulta si vede sottrarre la sicurezza economica. E sapere di dover affrontare la seconda metà della propria esistenza in condizioni di povertà rispetto alla prima, non lo entusiasma.
L’infedeltà è sempre una colpa anche se commessa in situazioni critiche?
Quello che racconto nel romanzo è un concetto che va di là dell’infedeltà coniugale strettamente intesa. La posta in gioco è quella della fedeltà a se stessi. Nel titolo è il padre a essere infedele, non il marito perché il romanzo racconta le vicissitudini e i drammi di un uomo che pensa di non essere all’altezza del ruolo di padre. Perciò quando tradisce la moglie pensa di tradire la figlia. La responsabilità è ancora più grande e il compito più gravoso. In questo tipo d’infedeltà non c’è colpa nel senso che le trasformazioni sono più grandi di noi e ci trovano alla fine sempre impreparati.
Il padre infedele
di Antonio Scurati - Bompiani, pag. 188, 17,00

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