Intervista

Il bambino e la medaglia

Michele Mari, finalista ai premi Campiello e Viareggio con il romanzo «Roderick Duddle». «I miei libri nascono da suggestioni, mi balenano in testa come stelle cadenti»

Il bambino e la medaglia
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La genesi di «Roderick Duddle» (Einaudi) con il quale è finalista alla cinquantaduesima edizione del Premio Campiello e al Premio Viareggio - Repaci, Michele Mari, scrittore con alle spalle un solido percorso intellettuale con romanzi come «Io venia pien d’angoscia a rimirarti», «Tu sanguinosa infanzia», «Rondini sul filo», «Tutto il ferro della torre» e altri, la motiva e la giustifica così: «All’inizio avevo solo un’idea: un bambino orfano con un medaglione e una congiura di adulti malintenzionati che lo inseguono, lo abusano, lo battezzano e lo sostituiscono. Lo spunto però è stato, non tanto Dickens quanto Stevenson. Due anni fa ho tradotto per Rizzoli L’isola del tesoro, e rivivere da dentro il clima di quel romanzo parola per parola, scoprire tante bellezze nascoste e raffinatezze linguistiche, mi ha fatto venire voglia di continuare a dialogare idealmente con quel tipo di narrativa avventurosa, con protagonisti ragazzini inesperti alle prese con le brutture del mondo». Chi ha letto Le avventure di Oliver Twist di Charles Dickens, sa cosa lo aspetta aprendo il romanzo di Michele Mari che, pur ispirandosi agli illustri predecessori che ha ricordato, impone alla vicenda da lui ideata un passo affine alla sua sensibilità e al suo carattere. Cresciuto tra i frequentatori gaglioffi e ubriaconi di una malfamata locanda, il piccolo Roderick, figlio di una donna di vita, è protagonista di una avventura tutta in stile ottocentesco ma con richiami alle atrocità del nostro tempo. In un medaglione che Roderick porta al collo è racchiuso il segreto che cambierà la sua vita: la mappa di un tesoro che lo aspetta in qualche parte della terra. Ma prima lo attendono avventure e sventure sui mari, paure e situazioni eroiche in cui il suo spirito si forgia come un metallo incandescente sull’incudine sotto il martellare di un sapiente artigiano.
«Non saprei dire esattamente come sia nata l’idea - ammette Michele Mari -. Tutti i miei libri nascono dalla suggestione, da qualcosa che mi balena nella testa come una stella cadente, e meccanismi misteriosi mi portano poi a scrivere. Tra un libro e l’altro non scrivo. Depongo le vesti di scrittore. Leggo, vedo film non ho assolutamente alcuna coazione. L’idea di scrivere la storia di Roderick mi è venuta qualche anno fa proprio dopo aver visto un film di Polanski, Oliver Tiwst che mi ero ben guardato dal vedere quando uscì, perché se amo un libro odio poi vederlo ridotto a film. Perché? Forse è una forma di viltà, non avevo più riletto Oliver Twist da quando avevo quindici anni, perché se rileggo un libro c’è ancora qualcosa che non mi aveva convinto. Se però un libro ha soddisfatto le mie aspettative, lo lascio nel limbo e non lo rileggo più. I guasti della filologia e la consapevolezza possono dare forti delusioni. Ma ho visto il film di Polanski, l’ho trovato molto bello, e di colpo sono regredito al ragazzino che fui e il tema è diventato subito radioattivo, energetico, coinvolgente. Il colpo di grazia, l’impulso finale però, mi è venuto dalla traduzione de L’isola del tesoro. Confrontandomi con ogni sfumatura e giochi di parole, e dovendo rendere tutta la precisione marinaresca di Stevenson, ma anche l’espressività del gergo dei pirati, ho dovuto fare un po’ di salti mortali per appropriarmi di certi tecnicismi. Tradurre Stevenson mi ha fatto leggere l’isola del tesoro al quadrato».

Ma in un libro prettamente dickensiano, con Roderick che per sottrarsi a un mondo avido s’imbarca per mare, per un altrove che è l’Atlantico, Stevenson in che misura è presente?
«La prima opzione è stata dickensiana, l’orfano, le suore, i tutori, gli avvocati, tutto quello che gira attorno a un’eredità. La seconda parte è stevensoniana perché il bambino per sottrarsi a tutte le manovre s’imbarca su una nave, corre tantissimi rischi, e alla fine il suo destino si compie. Ma c’è un lieto fine che fra l’altro premia l’altro ragazzino, quello che quando Roderick se ne va per mare diventa il suo sostituito; questo lieto fine riguarda anche alcuni cattivi come il signor Jones che, nonostante sia un assassino, viene premiato».

Pensa che questo suo romanzo in Italia, paese di romanzieri intimistici, possa aprire una nuova strada narrativa?
«Ne dubito, anche perché oltre al romanzo intimistico, generazionale, sociologico o politico, in Italia c’è anche il giallo, il noir e il fantasy che occupano ampi spazi del narrabile. Per scrivere un romanzo come Roderick Duddle, ci vuole un senso molto forte, magico, quasi religioso della grande tradizione letteraria, per cui uno scrittore si sente protetto dal canone dei grandi che l’hanno preceduto e si aggiunge a loro usando gli stessi termini, le stesse topiche, ambientazioni, situazioni narrative e lo stesso tipo di linguaggio, di cerimoniosità, di ritualità».

Roderick Duddle
   di Michele Mari
   Einaudi editore, pag. 485, € 22,00

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