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I quarantenni disperati di Cobianchi

"La sindrome di Hugh Grant", terza opera dello scrittore parmigiano trapiantato a Milano. Daniele Cobianchi racconta la generazione di mezzo alla ricerca della direzione da prendere: e tra feste "anni '80" e relazioni irrisolte, la soluzione è ancora una volta la fuga da est a ovest

I quarantenni disperati di Cobianchi

Daniele Cobianchi

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Non basta la laurea nella facoltà di quelli giusti, quelli rampanti. Non basta la moto Triumph tutta cromata o il sushi da asporto. Nemmeno se le modaiole piastre ad induzione hanno carbonizzato le ricette del voglio essere Cracco ma non posso. Non bastano le vezzose da Facebook , quelle da lounge con l'«happy hour» incorporato, quelle col tacco minimo dodici ma senza dubbio e senza perplessità. Non basta il lavoro nella Milano che fu da bere. Non basta. Ecco, la chiave è tutta qui. Non basta la realtà, quella servita ogni giorno. Perché è come un piatto sciapo e riscaldato e, alla fine, senza sapore. No, serve il sogno, il desiderio. Oppure il mito; come Hugh Grant. Quindi retrogusto di sorpresa, ma soprattutto, di dubbio e illusione. Di amore che prende e porta via.
Daniele Cobianchi non ha bazzicato Hollywood ma tutto questo lo sa bene. Lui, nato a Parma e laureato a Bologna, ha fuso il suo travolgente sesto senso per la musica - che per un periodo è stata la sua vita - con la curiosità e l'ironia sintetizzando in un quadro un po' dolce e parecchio amaro la ricerca della giusta via. Che non necessariamente si azzecca se si è il boss dell'ufficio, se si hanno molte donne o se si mastica bene l'inglese. Il risultato è un dubbio: e dopo parecchi anni da milanese d'importazione, arrivato allo scollinamento dei quaranta d'età e al punto di vista ellittico della carriera che tracima, lo scrittore ha deciso di raccontarlo senza ritegno. Con la sincerità di chi ora vede con chiarezza. Come se non ci fosse più nebbia o apparenza a complicare il quadro.
Nel primo libro («Il segreto del mio insuccesso», Mursia) questo scrittore straordinariamente attento al battere del tempo, ma prestato al ritmo sincopato della pubblicità, ha raccontato la conquista della nuova città. Poi, nel secondo romanzo («Dormivo con i guanti di pelle», Mondadori, 2013) ha messo a nudo la fragilità di chi, eternamente figlio, si scontra con la perdita del padre.
Ora, consapevolmente adulto, Cobianchi osa di più: parlare di noi. O meglio, di loro. Dei quarantenni che sono nel guado. Non più giovani ma nemmeno rassegnati, mezzi adulti e mezzo ragazzi. Generazione niente, si potrebbe dire se dopo le X e Y ancora gli slogan e le categorie avessero un senso. Lui, Cobianchi, sceglie una linea diversa: Rimini, così si chiama il suo protagonista (eroe?), è un manager di successo appena sfuggito ad un matrimonio prevedibile che si rimette in gioco con un mutuo e una illusione. Mentre la città intorno esplode di professionisti dell'aperitivo a fondo perduto, di innamorati fuori tempo massimo e fidanzati perenni. Mentre qualcuno corre senza sosta, runner della mistificazione col fiatone nei parchi. Come dire: corro ergo sono. E magari il tempo passerà anche più lento.
Lui invece, Thomas Rimini, il protagonista di questo romanzo, è diverso. Anche se non è detto che lo sappia. E per scoprirlo deve fare i conti con un mito della sua generazione: appunto Hugh Grant. La generazione è quella dei «quarantenni disperati», che però tutta questa disperazione devono in qualche modo dimostrarla e giustificarla. Ma impiegheranno poco a farlo tra flirt irrisolti con bancarie dalla coscia volitiva, amici che si stordiscono di feste anni '80 ai Magazzini Generali e riunioni fiume col pc sempre acceso e il power point come un mandala. Che alla fine non risolvono il problema.
La riprova è nel protagonista del libro - Rimini appunto - che molla l'est geografico che il suo nome suggerisce per puntare a ovest. E da che mondo è mondo west vuol dire sfida, conquista, una nuova vita.
Lui, l'illuminazione l'avrà in un ristorante easy chic di Barceloneta, ovvero la parte moderna di una città antica e fiera del suo passato. Il finale, come è ovvio, non si può svelare. Ma in questo libro, postmoderno per scelta e rigorosamente classico per struttura, la morale c'è. Una morale fatta di ricerca e ricette da sbagliare, di viaggi immaginari e di moto reali da parcheggiare mentre alla fine resta una direzione da scegliere. Quale sia è tutto da capire. Ma in fondo il bello è la libertà di scegliere tra tra avanti e indietro. Tra andare e tornare.


Daniele Cobianchi, La sindrome di Hugh Grant - Mondadori, 172 pg, euro 15

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