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Pansa e l'alba del regime

"Eia Eia Alalà" nuovo romanzo del giornalista. La nascita del fascismo raccontata attraverso le vicende di un agrario e uno squadrista. Teatro degli avvenimenti il Monferrato: un territorio e un popolo che si trasformano violentemente

Pansa e l'alba del regime

Gianpaolo Pansa

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Aggirandosi come un autore in cerca di personaggi, Giampaolo Pansa è finito nell'immenso e non circoscrivibile territorio del romanzo con un libro di singolare e puntualissima proprietà, questo «Eia Eia Alalà» (Rizzoli editore) che assomiglia ad una «controstoria» del Fascismo (secondo il sottotitolo), ma anche, e soprattutto, ad un romanzo, appunto. Uno di quei romanzi, però, dove il carico della verità e la carne dei personaggi rischiano sempre di finire nel gran mare della cronaca, diventando pertanto vita vissuta, vita patita e, infine, affresco di un'epoca indimenticabile. Pansa non è scrittore di riti o di miti. Il suo mestiere l'ha imparato, dopo la laurea e dopo una lunga frequentazione della storia della Resistenza, nei giornali e sui giornali. Ne son nati molti libri che hanno sollevato polveroni, distinzioni, dichiarazioni di sdegno, rifiuti ed entusiastiche adesioni. La sua bibliografia è dunque molto vasta. Ma stavolta Pansa se l'è cavata da narratore sempre vigile e abile. Non che prima il narratore mancasse: l'abbiamo detto e scritto tante volte che il suo narrare, in realtà, nasconde una profonda simpatia per l'intreccio, per la volubilità (il destino, si dovrebbe dire!) dei personaggi, e per l'imprevedibilità dei fatti e dei sentimenti che vi si manifestano. Adesso, in «Eia Eia Alalà» questo magone arriva a galla. Ricollegandosi al grido antico ripreso da D'Annunzio a Fiume e poi adottato dai fascisti come grido di prepotenza e di vittoria, Pansa si riallaccia all'immediato dopoguerra del 1918 facendo perno su una ricostruzione storica e drammatica di quegli anni che, proprio nel festoso saluto del titolo (diventato addirittura una marca di sigarette con l'emblema del fascio nel 1923) videro l'affermazione di Mussolini e dei suoi «secondo l'estremismo violento delle sinistre» che «non poteva non sfociare nella marcia su Roma» del duce.
Ma questo è lo stato profondo del racconto. Più in superficie, invece, le vicende del romanzo cominciano a presentare ad uno ad uno i personaggi, e sono loro che muovono la memoria dei fatti e delle occasioni; sono loro davvero che impersonano le varie facce dell'anima fascista che inizia a prender forma. Pansa avverte qui la necessità che potremmo definire squisitamente letteraria di collocare nel gran teatro del mondo degli Anni Venti prima Edoardo Magni, un «padrone, l'agrario» (simbolo primo del potere che si esprime con il possesso delle terre) e poi quell'altro leader squadrista che è Cesare Forni, un puro e quindi un possibile futuro avversario che, narra Pansa, «Subito dopo l'assassinio di Matteotti, scrisse, o fece scrivere sul «Risveglio» che quel delitto confermava tutte le sue diagnosi sul degrado del Partito fascista». Lungo questa strada, laboriosamente costruita dal narratore, il romanzo diventa la storia, e così Paola Magni - colei che ha messo in moto tutta la vicenda offrendo a Pansa le memorie del padre Edoardo - “l'avvocata Magni”, ci permette di dipanare tutte le vicende, quelle realmente accadute e quelle che servono da collante umano, civile e sentimentale per giungere alla piena elaborazione dello strumento romanzesco. Al quale danno un contributo prezioso «i molti amori» di Edoardo: Marietta, Rosa, Anna, Elvira e infine l'ebrea Marianna Levi quella - confessa lui stesso - che gli raccontava il «disastro che stava distruggendo l'Italia di Mussolini». Dunque date e vicende si sovrappongono in un nitido racconto d'epoca che si stende come una grande ombra ora più lontana ora più vicina sull'esistenza di Magni e su quella del suo coetaneo Forni «figlio di un fittavolo strapotente» che è diventato «un giovane scapestrato, senza arte né parte» e che «Ancora oggi continua a drogarsi». Ma questi appaiono dati esterni: in realtà Pansa vuole descrivere e documentare con la caparbietà che gli è propria la trasformazione a volte lenta e altre volte dolorosamente violenta e improvvisa di quel territorio che conosce così bene e che ama, il suo Monferrato, la sua Lomellina, la sua Mortara. Mano a mano che la storia-romanzo scivola verso la conclusione l'arte della minaccia e l'irrompere delle più misteriose fatalità aumentano.
Ci viene in mente un episodio che raccontò Geno Pampaloni tanti anni fa. Quando Enzo Siciliano pubblicò da Garzanti il suo bel libro «Autobiografia letteraria», Pier Paolo Pasolini gli suggerì di tradurre in film almeno uno dei saggi critici raccolti nel volume tanto in essi si articolavano e si modellavano «i racconti di idee». Il consiglio, tutt'altro che bizzarro, si adatta oggi perfettamente a questo «Eia Eia Alalà» che si chiude con l'immagine della Balilla nera tragico annuncio di prigione e di morte.
E' l'immagine che, assieme all'appassionata figura di Marianna - la più viva e vitale donna del romanzo - resta impressa nella memoria come un sigillo imperioso. Credevamo di saper tutto, ormai di quegli anni, e invece ecco il «racconto di idee» di Pansa a stupirci ancora con l'ansia, la paura e la speranza di una umanità ferita e umiliata, ma non sconfitta. Ecco il fascino di questo racconto suggestivo e umanissimo.
Eia Eia Alalà di Giampaolo Pansa - Rizzoli, pag. 373,  euro 19,90

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