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La vergogna del privilegio, da qui all'eternità

Il nuovo libro-denuncia di Sergio Rizzo, inviato ed editorialista del «Corriere della Sera»

Sergio Rizzo

Sergio Rizzo

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La dedica del suo nuovo libro è amarissima: «A tutti i ragazzi che non avranno mai la pensione». Sergio Rizzo non lascia speranze. Del resto lui e il collega Gianantonio Stella, da soli o in coppia, negli anni ce l'hanno messa tutta, con i loro pamphlet gonfi di dati e indignazione, per denunciare la vergogna dei privilegi in cui sguazzano certe categorie di eletti che grazie a quanto avuto, tenuto e spartito hanno affossato tutti gli altri. Basta ricordarne i titoli: «Rapaci», «La Cricca», «La Casta», «La deriva», «Vandali», «Licenziare i padreterni». Niente: imperterriti quelli che mangiano a sbafo sulle spalle di tutti persistono nel mantenere le proprie posizioni. Anche perché pienamente legittimati a farlo, a differenza degli evasori fiscali che se non altro, compiendo un reato, un pochino rischiano. Ogni tanto sembra che qualcosa si smuova, si sblocchi, cambi verso. E invece no, il trend parassitario procede a vele spiegate. Adesso Rizzo, inviato ed editorialista del «Corriere della Sera», manda in libreria «Da qui all'eternità. L'Italia dei privilegi a vita» che parte da questa domanda: «Dov'è cominciata la deriva che ha fatto diventare l'Italia il paese, forse unico al mondo, nel quale è norma indiscutibile il privilegio a vita per politici, sindacalisti, alti magistrati di ogni ordine, funzionari di stato, manager pubblici e non?». Per avere una risposta bisogna avanzare nel «labirinto di ingiustizie» che hanno portato l'Italia dov'è, alla scoperta dei nati con la camicia che prosperano al motto «crescete e moltiplicate i vitalizi» o «sindacato, futuro assicurato», uno slalom avvilente fra intoccabili e inaffondabili, «dirigenti pubblici inamovibili anche ben oltre la pensione, boiardi che hanno portato al collasso aziende del parastato e sono stati premiati con nuove poltrone di prestigio». E poi ancora consiglieri regionali, assessori provinciali, generali, ambasciatori («il fascino discreto delle stellette e delle feluche»), top manager di banche che possono contare su infinite prebende e inappellabili incarichi a vita, sindacalisti a cui la politica garantisce sistemazioni eterne con rendite da favola. «E' accettabile - si chiede Rizzo -, in un paese martoriato da una crisi infinita, che un deputato regionale 50enne incassi un vitalizio dopo solo qualche mese di legislatura prendendo più del doppio di un operaio inchiodato 42 anni in fabbrica? Come possono i citadini, esposti da anni al massacro dei loro diritti, rassegnarsi all'intoccabilità dei privilegi ingiustificati di altri cittadini considerati di serie A?». Perché «chi riesce a entrare nel circolo vizioso del potere burocratico finisce per rimanervi felicemente intrappolato per sempre». Felicemente. Per sempre. Nel libro di Rizzo ci sono ovviamente nomi e cognomi, vicende ed esempi. Decine e decine. Per farne un paio: Francesco Storace e Walter Veltroni. Il primo, l'ex presidente della Regione Lazio, ex ministro, ex senatore, il brivido del vitalizio double face l'aveva già provato nel 2009, a 50 anni appena, «quando senza più seggio parlamentare gli era rimasto un posticino da consigliere comunale a Roma. Grazie però alle vecchie regole e ai mitici diritti acquisiti poteva già riscuotere la pensione della Regione e del Parlamento. Solo per un anno: nel 2010 è di nuovo el Consiglio regionale del Lazio, più agguerrito che mai». Perché la legge prescrive la sospensione di ogni vitalizio nel momento in cui il beneficiario assume una nuova carica elettiva regionale, nazionale o europea. «Ma con una clausola di salvaguardia. Al cessare dell'incarico, per chi in passato ha già avuto diritto all'assegno, il vitalizio torna immediatamente a correre, anche se non si è ancora raggiunta l'età nel frattempo fissata per ricevere la pensione parlamentare: non inferiore ai 60 anni. E' capitato, per esempio, a Walter Veltroni....». E parliamo di cifre mensili altissime. Altro esempio: «Claudia Lombardo intasca un vitalizio da 5129 euro netti al mese a soli 41 anni, venti dei quali passati nel Consiglio regionale della Sardegna sullo scranno affettuosamente lasciatole in eredità da papà Salvatore». Poi si rincorrono, fra le legioni di conosciuti e sconosciuti rifornitissimi di privilegi, nomi noti alle cronache, da Franco Fiorito «Er Batman» al generale Speciale, quello delle spigole in volo verso la sua vacanza montana a bordo di un aereo militare partito apposta da Pratica di Mare. Ma qualcuno avrà colpa di tutto questo? Principali imputate, secondo Rizzo, le regole, «regole spesso sbagliate, assurde, scritte per un mondo che non c'è più o forse non c'è mai stato», le regole che hanno spalancato l'abisso fra il Palazzo e il Paese. Talvolta frutti avvelenati del Sessantotto: «Il dubbio che tormenta è se la radice più profonda del sistema dei privilegi a vita non vada ricercata dove nessuno penserebbe mai. Quelli che hanno fatto il '68 oggi sono 70enni o giù di lì: la loro generazione voleva cambiare tutto e ha invece contribuito a costruire per sè una rete di protezione sociale senza uguali nella storia, la più garantista e spendacciona d'Europa, ma anche la più iniqua per le generazioni successive e fra le diverse scale sociali. Conservazione pura». E si ritorna alla dedica: «A tutti i ragazzi che non avranno mai la pensione».
Sergio Rizzo -  «Da qui all'eternità. L'Italia dei privilegi a vita» - Feltrinelli, pag. 202, 15 euro

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