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Aiace non abita più qui

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Roberto Vecchioni

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«Il poeta tragico» – ci dice il nuovo romanzo di Roberto Vecchioni, «Il mercante di luce» - «è legato a un’unica verità, a un solo destino, a una sola guerra. (…) O quello o il nulla: svanito il sogno non c’è altro che valga vivere, non c’è alternativa: svanisce il loro mondo, svanisce il mondo. L’eroe tragico non può giocare, non può far finta né tornare indietro. L’eroe lirico, invece, dalle sue quinte vede, magari si distrugge, ma comanda a se stesso l’illusione della poesia che lo salva: trova le scappatoie, si placa nell’eros consumato in una notte di lampade, per tormentarsi e consolarsi (…). Ma non gli crolla addosso l’universo: lo riadatta a punta di stilo, di penna, lo ricomincia». Da quale di queste quinte, a quale di questi due sguardi risponderà «Il mercante di luce» (titolo che suona involontariamente e fastidiosamente new age, e invece riprende – altrettanto involontariamente, non certo fastidiosamente – un sintagma del «collega cantautore» Fabrizio De André, da «Un ottico» nell’album su Spoon River)? A prima vista, verrebbe fatto di pensare alla stella nera del tragico: il protagonista, Stefano Quondam Valerio, è un uomo in rotta: con se stesso, anzitutto, e col mondo – cui sente di appartenere sempre meno. Gli è andata male come professore di Greco (i colleghi gli fanno impunemente le scarpe) e come marito (ha un matrimonio naufragato alle spalle, anche se la moglie non lo ha dimenticato): ma questo è niente rispetto alla malattia che ha aggredito il figlio Marco, ora diciassettenne, e lo ha scagliato, fin dai primi mesi di vita, in un tempo che procede a precipizio verso l’invecchiamento precoce e la morte. Ecco, la stella nera della tragedia sembra aver contratto, e spezzato, l’intero corso del tempo, annunciando per tutti la fine del futuro: ma se a gran parte delle giovani generazioni non resta che stordirsi in un rumore continuo in cui annullare la consapevolezza della caduta di ogni prospettiva (si vedano le pagine, di un grottesco già post-apocalittico, ambientate al «Monster Hole»), il futuro di Marco è solo quello falciato via dai pochi giorni, dalle poche ore che gli restano. Eppure Stefano non è un eroe tragico, giacché non è più possibile esserlo in un’epoca che, del tragico, ha ottuso, se non addirittura bandito, la percezione – e che di conseguenza rischia a ogni passo di svilire «l’atto tragico, che è il sublime attimo per cui si vive, in una ridicola farsa da villani» (nessuno si illuda: Aiace non abita più qui). Così Quondam non può che reinventarsi eroe lirico: sta forse scritto da qualche parte che il lirismo non riesca a sopportare i sogni degli eroi? Non ha nulla da regalare a Marco, salvo le cose in cui ha creduto per tutta una vita: e si prodiga per accendergli dentro, dentro i suoi attimi predati dall’imminenza della notte, quelle minuscole fiaccole che hanno superato il buio dei secoli, e vinceranno forse anche questo collasso del presente e del futuro, coniugando istante ed eterno: i versi di Saffo, Alceo, Anacreonte, Archiloco, Ibico, Meleagro, Paolo Silenziario, frammenti nella cui superstite armonia si riflettono, come in uno specchio infranto, i bagliori della perduta bellezza del mondo. E’ un tema classico dell’autore di «Luci a San Siro»: risillabare la bellezza, giocarsi e capovolgere il cielo a dadi di parole (come sappiamo dai tempi de «L'ultimo spettacolo», non c'è altro modo di illudersi – se possiamo ancora dire illudersi – di aggirare il destino), allora significherà, davvero, ricominciare l’universo. Ed essere già un passo oltre la paura. La produzione narrativa di Vecchioni si divide in due: da un lato ci sono le storie borgesiane («Viaggi del tempo immobile», «Diario di un gatto con gli stivali», «Scacco a Dio»…), perfetti meccanismi ad orologeria in cui la «menzogna» e il «gioco del rovescio» costituiscono le uniche armi capaci di portare l’assalto al cielo della Verità che ci sfugge; dall’altro, le opere che non saprei definire altrimenti che didattiche (o maieutiche), come questa o «Il libraio di Selinunte». Ma il miracolo è ancora una volta quello di non lasciare che il didattico si umili nel didascalico: perché, come nel Nolan di «Interstellar» (con cui, mutatis mutandis, «Il mercante di luce» rivela imprevedibili ma inoppugnabili consonanze), l’eleganza, la freschezza, il rigore e la potenza dell’immaginazione, immaginazione ovviamente anche lessicale e figurale, son sempre tali da scongiurare il pericolo di incagliarsi nelle esecrabili secche dell’eloquenza predicatoria. E fanno in modo che «il Professore» - a differenza di certi scolaretti che si vagheggiano salvatori delle patrie lettere limitandosi a scoprire e pasticciare l’acqua calda della «ferocia» o del «peso della grazia» - riesca a riconfermarsi uno dei narratori più sicuri di questi nostri anni così avari.
Il mercante di luce di Roberto Vecchioni  - Einaudi, pag. 123 euro 15,00

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