intervista

Male oscuro ma la luce torna a splendere

«Ho avuto la depressione: chi dice che l'inferno è nell'aldilà non conosce l'aldiquà. Però con psichiatri e farmaci si guarisce»

Male oscuro ma la luce torna a splendere
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E’un libro sulla depressione, ma non è un libro depresso. 183 pagine tra biografia e storia, 22 capitoli di aneddoti personali e ritratti di grandissimi scrittori, attori, politici. Una corsa allegra, graffiante, mai retorica, attraverso il '900. Dedicato «alla “Volpe” Vittoria», la moglie, «il più grande amore della mia vita», «il mio oracolo, la mia musa, oggi la mia tiranna»: «Quando la conobbi, lei era uno yorkshire terrier e io un pitbull e oggi, io un chihuahua, lei un dobermann». L’ultimo volume del giornalista, scrittore, storico Roberto Gervaso, «Ho ucciso il cane nero. Come ho sconfitto la depressione», racconta della fossa dei serpenti, il male oscuro secondo Giuseppe Berto, il buio assoluto, «le assicuro che ho avuto un tumore alla prostata e due by pass: non sono stati come la depressione. Chi dice che l’inferno è nell’aldilà, non conosce l’aldiquà. Ci vogliono gli psichiatri e i farmaci: però si guarisce». Ne parla al telefono, mentre si sentono in sottofondo le grida dei tre nipoti: «Tre palestinesi, il corridoio come la striscia di Gaza, mia moglie Sharon». Ma soprattutto è un libro che parla di vita: la sua, la nostra, quella del Paese. Non è ancora annoiato: «Oggi sono un uomo di 77 anni, che scrive dal mattino alla sera, che va a cena all’osteria con la moglie e con gli amici, che fa conferenze, dove parla tanto di sé. La depressione? Dieci milioni di italiani ne soffrono. Sappiamo che guariranno. E anche loro potranno leggere i libri di Baricco». Ha scritto migliaia di aforismi. E li commenta.

L’amore: lei lo definisce egoismo a due, una malattia, guarita dalla quale si sta peggio.
A Vittoria devo tanto, ma più di tutto il fatto di avermi fatto conoscere l’amore. Quando l’incontrai ero un uomo libero, e un po’ libertino. Poi diventai il suo liberto e oggi sono il suo schiavo. Mi lascia libero di fare tutto quello che vuole. L’amore è il solo sentimento che può sconfiggere la depressione, se l’angoscia non ti ha ancora colpito con i suoi fendenti. Nella fortuna e nella sventura, si condivide tutto. E ci si perdona tutto, affermando la propria innocenza. Se corrisposto, conosce due sole stagioni: la primavera, quando sboccia, e l’estate, quando i frutti maturano.

L’amicizia: «Messa alla prova, la supera, ribadendo la propria integrità e dimostrandola nei fatti».
E’ affinità di gusti e di disgusti. Ciò che la rende diversa e più stabile dell’amore è la stima reciproca. Lei si potrebbe innamorare di un gangster, ma non potrebbe averlo come amico. Cosa sarebbe stato di Oreste senza Pilade? E di Enea senza Acate? Quando si è amici, lo si è nella buona e nella cattiva sorte. Il mio amico? Indro Montanelli. E’ stato un padre, un maestro in carne e ossa, più ossa che carne. Lo conobbi a 18 anni. Mi ha insegnato la tecnica. Io avevo l’istinto, la scintilla. Amavo il giornalismo, ma non ne conoscevo la grammatica e la sintassi. A Montanelli devo tanti trucchi del mestiere. Mi chiamò al Corriere, facemmo assieme la Storia d’Italia, mi fu vicino nei momenti bui. Prezzolini mi insegnò ad amare i classici, era un uomo di straordinaria intelligenza, cultura e umanità. Un uomo di battute fulminanti: «Io non ho mai fatto sport, ma sai quanti funerali ho seguito di persone che ne avevano fatto tanto». Anche Buzzati è sempre stato amico con me, avevo con lui un rapporto quasi filiale. A 23 anni mi regalò una bombetta con cui andavo in giro per il Corriere della Sera.

Le donne: racconta che «con le donne, la tecnica migliore l’ho imparata sul campo: bisogna parlare d’altro, mostrarsi annoiati e un po’ assonnati, non dargli importanza». A George Simenon, durante una memorabile intervista, confessa di averne avute trecento.
Vale anche per gli uomini. Non è un luogo comune: le donne sono un mistero. Voi non siete sintetiche, siete analitiche. Vedete i dettagli, i particolari. Ho capito che non avrei mai capito le donne quando mia moglie Vittoria, che non trova mai niente, rovesciò la borsa sul letto e uscì di tutto. Un disordine che mi sconcertò, ma che non disorientò minimamente mia moglie. Lei sapeva quello che era necessario. Non fece una piega, aveva il controllo del caos.

Il matrimonio: ciò che rende duraturo il matrimonio sono la buona educazione, lo scarso ardore e il reciproco interesse.
C’è molto paradosso. Gli aforismi sono presunte verità condite con l’ironia. Credo che nel matrimonio c’entri l’equivoco, un collante formidabile. Si cerca di scoprire qualcosa che l’altro non ha. Anche la menzogna lo è: io sono il più fedele e il più ipocrita dei mariti. La buona educazione è il cemento della convivenza: lei non potrà mai vivere con una persona maleducata. Lo scarso ardore? Garanzia di lunga durata. Quanto si può stare con il cuore in gola? Mario Soldati diceva al massimo due anni. Direi che il matrimonio è un contratto cementato.

Cultura classica. Racconta il primo giorno al Corriere della sera, l’incontro con Missiroli. «Mi allungò la mano bianca e levigata, che lavava mille volte al giorno. Senza guardarmi negli occhi, mi domandò che studi avessi fatto: “Classici”. Annuì con gravità ed esclamò: “Allora lei saprà fare meglio di chiunque altro un uovo al tegamino”».
E’ un paradosso. Io ho letto tutti i classici più importanti e rileggo soltanto i classici. Sono immortali, sfidano il tempo, ti insegnano non solo lo stile, ma l’analisi delle passioni umane. Legga le Lettere a Lucilio di Seneca o Machiavelli. Io li tengo sul comodino. Mi hanno cambiato la vita.

La felicità: scrive che «non ero felice perché non lo sono mai stato e in fondo non lo è nessuno».
E’ simbiosi totale. Nella vita quando mi è successo? L’ho conosciuta due volte, con due tramonti: a Cartagine e a Roma. Attimi, stati di beatitudine, sentirsi una particella del cosmo. Per fortuna c’è il surrogato, la serenità. Ci sono persone che non hanno mai conosciuto la felicità: io sono fortunato, l’ho vissuta per quattro secondi.

Il carattere: «Chi ce l’ha rende la vita difficile agli altri, non meno che a se stesso».
Direi che è una volontà ben educata che porta a una certa intransigenza morale. Il carattere si forma con la disciplina, ma non va confuso con l’abitudine. E’ l’ingrediente fondamentale della personalità. Indro ce l’aveva: non intingeva la penna nell’inchiostro neutro.

La salute: «Uno stato provvisorio che non lascia presagire niente di buono».
Mai andare dal medico quando ci si sente male, sempre quando ci si sente bene. Il mio tumore alla prostata? E’ stato un presentimento. Mio: se fosse stato per l’urologo, sarei morto, a dispetto suo e dei santi. Basta un niente: come coi by pass. Se mia moglie fosse stata a Roma, non sarei andato a cena con il cardiologo, ma con lei. L’indomani saremmo andati in Sicilia per le vacanze e mia moglie sarebbe tornata con la salma. Non va bene: lei sta male vestita di nero.

Il denaro: «E’ una maledizione quando non ne hai abbastanza».
Va guardato dall’alto al basso, rende la vita non più felice ma più facile.

La morte: a Salvator Dalì, durante un’intervista, confidò l’epitaffio che vorrebbe sulla lapide: «Qui giace Roberto Gervaso, che ancora non ci crede».
Ne ho fatto un altro: «Qui giace Roberto Gervaso, malori in corso». Sono senecano, stoico: inutile discutere della morte, potremmo farlo per un secolo, davanti a un piatto di anolini, senza arrivare ad alcuna conclusione. La morte? Tutti dobbiamo metterla in conto, non mi fa paura. Le malattie sono la prova generale della morte. Temo la sofferenza.

L’Italia di oggi: nel libro si parla di Moro, Andreotti, Scalfaro, Craxi, la P2, Berlusconi. Cosa pensa del Movimento 5 Stelle e di Grillo?
Straordinario istrione, dice cose sacrosante con un tono becero. Ha colto umori e malumori che sono oggettivi: non sono contento del turpiloquio, ma quello che dice è vero.

E’ mai stato a Parma?
L’ultima volta, decenni fa, invitato dagli amici Baldassarre Molossi e Pietro Barilla. Città vivibilissima. Vorrei tornare: a febbraio sono libero. Allora facciamo una presentazione e ci mettiamo anche un piatto di anolini.

Ho ucciso il cane nero
  di Roberto Gervaso
  Mondadori, pag. 183, € 17,00

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