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Umberto Eco, stampa e misteri

Milano 1992: i redattori di un giornale che sta per nascere e gli intrighi che hanno funestato l'Italia a partire dagli anni '60. "Numero Zero", nuovo romanzo dello scrittore e semiologo

Umberto Eco, stampa e misteri

Umberto Eco

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Come sa bene chi frequenta le redazioni dei periodici, il «numero zero» è il numero di prova del giornale, è come dire lo scheletro della nuova pubblicazione che s'affaccia sul mercato, è un segnale per il pubblico dei lettori. Intitolando «Numero zero» il suo nuovo romanzo edito da Bompiani, Umberto Eco ha certamente inteso ricorrere al paradosso che proprio questo titolo nasconde. Altro che «numero zero»! La storia che qui si racconta è già tutta agli atti, è una storia finita e ricominciata, abbattuta e risuscitata, pietosa e vergognosa allo stesso tempo: una storia d'Italia che peggio di così non avrebbe potuto essere, e che conosciamo sino allo schifo - ammesso che qualche vicenda o qualche personaggio possano ancora farci schifo, o trarci in inganno. «Numero zero» è poi anche una lagrimevole storia di fallimenti, la si può prendere da mille parti, voltarla e rivoltarla e se ne ottiene sempre una facciata sporca che è quella che fino dal 1990 era stata definita «l'Effetto Eco» tra inchiesta, tepore e truculenza del «giallo», romanzo storico e fantasia medievale, finzione e tradizione, ammiccamento ed erudizione, tanto che, a proposito de «Il pendolo di Foucault» (1988) Le Goff ebbe a scrivere, non senza una punta di perversità, che Eco «ha mostrato che egli è un'intelligenza artificiale, straordinaria, un computer fuori dal comune». Adesso, però, il computer si è rintanato in redazione e il narratore si prepara a costruire il proprio nuovo giornale, anche se non sa da dover partire; anzi, meglio, perché e per dove partire. Sicché tutto quanto si è scritto sino ad ora su Umberto Eco e i suoi romanzi (quanti ne ha scritti!) non conta più, o poco serve, dal momento che il personaggio del redattore è il più dissimulante che si possa concepire e il suo ritratto è in queste righe: «I giornali mentono, gli storici mentono, la televisione oggi mente... E la guerra del Golfo è avvenuta davvero o ci hanno fatto vedere solo pezzi di vecchi repertori? Viviamo nella menzogna e, se sai che ti mentono, devi vivere nel sospetto. Io sospetto, sospetto sempre». Tutto il romanzo è costruito così. Come sono lontani i tempi de «Il nome della rosa» ('88), de «Il pendolo di Foucault», de «L'isola del giorno prima» ('94) e di «Baudolino» (2000). Qui corrono e s'intrecciano ben altre miserabili sorti, quelle italiane degli anni Novanta e seguenti il Simei che racconta, il Braggadocio che ascolta e commenta, la Costanza che nel suo articolo sulle passeggiatrici non può usare «fare casino, incazzatura, cazzeggio», Maia che vorrebbe scrivere e pubblicare solo certi annunci matrimoniali, Lucidi che amerebbe discutere e leggere bene l'articolo che ha scritto sui fatti del Pio Albergo Trivulzio e così via. E' un altro Eco, allora, in una Milano dove un intellettuale fallito concepisce e progetta l'avvenire di un periodico che si chiamerà «Domani», tra i resti di una redazione raccogliticcia che è la parte più simpatica e divertente della vicenda, un nido - si potrebbe dire - di povere vipere senza più denti e veleni. Lucidi arriva a suggerire, infatti: «Un giornale serio deve avere dei dossier». «In che senso» - aveva domandato Simei. «Come i coccodrilli. Un giornale non può entrare in crisi perché alle dieci di sera arriva la notizia di una morte importante e nessuno è in grado in mezz'ora di mettere insieme un necrologio informato». Ma poi si va oltre. Eco è astutissimo nel rilevare «carognate» e «smentite» come un vero e proprio genere giornalistico e «l'insinuazione» che «serve solo a gettare un'ombra di sospetto sullo smentitore al quale si deve sempre dare del «signore» poiché «usare sempre signor, non onorevole o dottor, è il peggior insulto nel nostro paese». Smentuccia e Maia sono i personaggi strumento dei quali Eco si serve per entrare nel nido del romanzo con armi e bagagli che richiamano satira e storia d'Italia, la P2, i terroristi, il «mariuolo» Mario Chiesa e «Mani pulite», le cronache di Tangentopoli e il giudice Falcone assassinato a Capaci.
Però, vien da chiedersi: e adesso pover'uomo che ce ne facciamo di tutto questo mal di Dio contato e raccontato? Che morale ne traiamo, ammesso che di una morale - una qualsiasi - avvertiamo il bisogno mentre sullo sfondo emergono le ombre mai sedate di Mussolini, della Petacci, di Junio Valerio Borghese, della Repubblica di Salò, di Palazzo Venezia, del cameriere Navarra e dell'intuizione di Braggadocio secondo il quale «nel 1970 tutto lasciava pensare che un golpe potesse funzionare?». Cosa ne facciamo di questo «Numero zero» che non parte e del povero Braggadocio che ci ha rimesso la pelle? Il diario continua penosamente e il romanzo si ripiega su se stesso in un'alternanza di paura e di indifferenza. Sprofonda in una logica da fumetto (o fumettone) e si colora persino di una pallida storia d'amore che fa il paio con quello strano sgocciolamento del rubinetto la mattina del 6 giugno del '92, mentre non sono trascorsi che giorni d'ansia, un intero romanzo e quel «Domani», giornale che non è mai nato, e che tuttavia ha generato un pericoloso inganno dal quale liberarsi è quasi impossibile se non fuggendo inseguiti dai simulacri della fantasiosa inchiesta messa in piedi da Baggadocio tra la storia di Mussolini e l'assassinio di papa Luciani. Umberto Eco gioca con noi come il gatto con i topi, si diverte e ironizza sullo sconcerto che ha generato. Ma il giochetto non regge e la saggezza di Maia («Niente può più turbarci, in questo paese. In fondo abbiamo visto le invasioni dei barbari, il sacco di Roma, la strage di Senigallia, i seicentomila morti della Grande guerra, e l'inferno della seconda...») non ci consola, e il romanzo men che meno. Anche lo stile fiacco e corrivo alle mode si chiude in una fiducia in se stesso che, pur cercando di ironizzare sulle nostre delusioni, ci ricorda quell'epigramma di Marziale che dice: «C'è del buono, del mediocre, molto di brutto in questo libro, del resto, o Avito, così è fatto un libro».
Numero zero di Umberto Eco - Bompiani, pag. 218,  euro 17,00.

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