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Globali senza egoismi

Intervista a Salvatore Veca autore del saggio "La gran città del genere umano". "In un mondo di inimicizia e barbarie dobbiamo mettere alla prova i nostri modi di pensare i diritti e la politica. Il mio scopo? Comuncare le mie idee a tutti, non solo agli addetti ai lavori"

Globali senza egoismi

Salvatore Veca

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«La gran città del genere umano», celebre espressione vichiana, è il titolo che Salvatore Veca, ordinario di Filosofia politica alla Scuola Superiore Iuss di Pavia, ha dato a «Dieci conversazioni filosofiche» che sono invito alla meditazione socratica sul senso delle nostre vite in un’epoca dominata dalla solitudine di ognuno al cospetto di eventi grandi e terribili.
A guidare il saggio è il principio che abbiamo bisogno di futuro e di visioni lungimiranti per uscire dall’asfissia che erode alla radice le basi di una speranza ragionevole. (Mursia, pp. 146, euro 15).
Professor Veca, perché ha scelto l’espressione vichiana a fondamento di queste conversazioni?
L’espressione di Vico mi accompagna da molti anni. Da quando ho cominciato a lavorare a una teoria della giustizia globale. Il problema della giustizia globale, che ha a che vedere appunto con la gran città del genere umano, è forse il rompicapo più difficile per la filosofia politica contemporanea. Direi che è tanto difficile quanto ineludibile. In un mondo globalizzato e attraversato da inedite forme di interdipendenza e da mutevoli linee di inimicizia, quando non di guerra, barbarie e massacro, dobbiamo mettere alla prova i nostri modi di pensare politica e diritti, economia e società, pace e giustizia, allargando lo sguardo e adottando la prospettiva degli «occhi del resto dell’umanità», come sosteneva il filosofo morale Adam Smith e come ci insegna Amartya K. Sen.
Questi suoi saggi non sono per un pubblico di specialisti.
Le conversazioni filosofiche di questo libro cercano di suggerire spunti di riflessione a chiunque. Non sono saggi rivolti alla comunità scientifica dei filosofi e delle filosofe. Gli argomenti e i concetti adottati e sviluppati nelle conversazioni presuppongono, naturalmente, gli esiti della mia indagine filosofica. Ma il mio scopo principale è quello di comunicare idee o punti di vista sulle nostre questioni di vita, individuali e collettive, a chi non è un addetto o un’addetta ai lavori. Questo è quanto mi propongo in questo libro. Sta solo a chi mi legge dire quanto sia riuscito nell’impresa. Aspetto email, in proposito.
Che cosa intende per «dittatura del presente»?
L’espressione «dittatura del presente» vuole indicare un tratto che a me sembra contraddistinguere, dalle nostre parti, molti atteggiamenti e orientamenti nel contesto della crisi sistemica e persistente in cui siamo intrappolati da troppi anni. E’ come se l’ombra del futuro sul presente si facesse sempre più corta.
Perché ha ragione David Hume quando afferma che la solitudine involontaria, la solitudine totale è forse il peggior castigo?
Ho da tempo elaborato un’interpretazione filosofica a proposito del male o dei mali sociali che affliggono le nostre forme di vita in comune. E nella ricerca mi sono avvalso del mantra della condanna alla solitudine, di cui parla David Hume in una superba pagina del suo «Trattato sulla natura umana». La condanna alla solitudine involontaria delle persone indebolisce o recide i legami, i vincoli, le relazioni con altri. Ciascuno si trova così in una situazione di isolamento. Come in una specie di stato di natura. Basta pensare ai molti volti della solitudine: a quella dei bambini o dei vecchi, a quella dei disoccupati, a quella di chi vive vite di scarto, a quella di chi diviene invisibile e opaco al riconoscimento da parte di altri. Il grande poeta John Donne, il Decano della cattedrale di San Paolo a Londra, l’autore degli straordinari versi teologici, cosmologici ed erotici, diceva che nessun essere umano è un’isola. Nella condanna alla solitudine dai molti volti ciascuno di noi può provare l’esperienza dell’isola, dell’esclusione dall’umanità condivisa. Hume ci ricorda che, nella condizione dell’isolamento, ciascun piacere illanguidisce e ciascun dolore diviene intollerabile.
Nel capitolo «L’etica spiegata di ragazzi» lei scrive che sono almeno due le grandi domande che rivolgiamo al’etica; come vivere bene? e come vivere giustamente? E possibile una risposta «fulminante»?
Ai ragazzi e alle ragazze ho proposto un piccolo esercizio per rispondere alle due grandi domande dell’etica. Come vivere bene? Prova col test del rammarico. Sei proprio convinto di non buttar via te stesso, di non sprecare la tua vita? In un intervallo fai un esame retrospettivo e vedi se supera il test del rammarico o no. Avrai la risposta. Come vivere giustamente? Prova col test dell’ingiustizia. Ma questa volta l’esercizio vedi di farlo con qualcun altro. E’ ingiusto che… Al posto dei puntini, metteteci un caso che trovate ingiusto e dite perché. Confrontando la varietà delle ragioni del giusto e dell’ingiusto, mettendovi alla prova con gli altri, avrete la risposta. I ragazzi hanno ascoltato attentamente, anche troppo pazienti. Ma non so se poi i due test li abbiano provati o no. Ancora una volta, email.
Lei manifesta profonda ammirazione per Otto Neurath.
Otto Neurath è una delle figure intellettuali più originali del celebre Circolo di Vienna, cui dobbiamo nel secolo scorso la nascita del neopositivismo o dell’empirismo logico. La sua luminosa immagine del lavoro intellettuale di filosofi e scienziati come marinai che devono riparare la barca in navigazione esprime la sua prospettiva epistemologica, eretica rispetto ai dogmi del Circolo di Vienna. Sono convinto che l’immagine della barca di Neurath sia quella appropriata per definire, con umiltà e ironia, i nostri impegni e la nostra responsabilità nella ricerca scientifica e filosofica. Una ricerca che non ha fine. Ed è bene sia così.
La gran città del genere umano di Salvatore Veca - Mursia, pag. 146, euro 15,00

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