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Stevens, le parole e l'infinito

«Tutte le poesie» nella traduzione di Massimo Bacigalupo. L'opera omnia del grande poeta americano viene ora pubblicata nei Meridiani Mondadori. Ricchezza di immagini e un messaggio: vivere senza cercare di rendere suprema e inimitabile la vita

Stevens, le parole e l'infinito
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I Meridiani Mondadori rendono omaggio al più appartato e nascosto poeta americano pubblicando «Tutte le poesie» di Wallace Stevens, a cura e con un saggio introduttivo di Massimo Bacigalupo. L'ottimo volume ci porta, ancora vivacissima e provocatoria, la voce di Wallace Stevens nato a Reading in Pennsylvania nell'ottobre del 1879 e morto ad Hartford nel Connecticut nel 1955.

Singolare è la vicenda di Steven che, laureato in Giurisprudenza nel 1916, entrò poi in una compagnia di assicuratori della quale fu prima impiegato e poi vicepresidente dal 1934 sino alla morte. Intanto, componeva poesie. È tipico dello scrittore americano del primo Novecento proprio questo concetto «riduttivo», si dice allora, della poesia quale arma liberatoria per sfuggire alla routine degli impegni di lavoro, al ritmo degli orari, degli incarichi pubblici, privati e d'impiego. O si fuggiva all'estero (lo fece, ad esempio, Pound) finendo inevitabilmente a Londra o a Parigi; o ci si rifugiava in un consolatorio nido di casa che raccogliesse, assieme ai temi della famiglia, delle amicizie e delle ricerche letterarie, uno spirito di pace e di contemplazione liberatorio e molto individualista.

Emily Dickinson fu maestra in questo senso specialissimo e personalissimo. Ancora da studente, Stevens aveva pubblicato i suoi primi versi, ma fu con «Harmonium» del '23 che il suo nome cominciò a farsi noto nel piccolo cerchio degli scrittori di «Poetry», mentre il mondo correva in un agitato e scomposto itinerario di ricerche, di emozioni e di rivelazioni che il primo dopoguerra in Europa e negli Stati Uniti caratterizzava dal profondo.

Massimo Bacigalupo ha raccolto, con testo a fronte, per questa sua edizione, «Harmonium», «Idee dell'ordine», «L'uomo con la chitarra blu», «Parti di un mondo», «Trasporto all'estate», «Le aurore d'autunno», «La roccia», «Opus postumum» e «Adagi»: e così abbiamo ora un completo panorama di questo complesso di realtà e immaginazione che fino dall'inizio di «Harmonium» prende corpo con una solidità espressiva e stilistica sorprendente. Citiamo dal poemetto che dà il titolo alla raccolta: «Alta a occidente brucia una stella furiosa:/ fu posta in cielo per ragazzi focosi/ e per vergini profumate a loro strette./ Ciò che misura l'intensità dell'amore/ misura anche il vigore della terra./ Per me il ticchettio elettrico delle lucciole/ batte stancamente il tempo di un altro anno./ E tu? Ricorda come i grilli vennero/ dall'erba loro madre, parenti piccoli,/ nelle notti pallide, quando le tue prime immagini/ trovarono indizi del tuo legame con quella polvere». Proprio questo poemetto chiarisce esaurientemente sia i ruoli delle metafore che Stevens usa, sia i richiami della «forma dichiarativa» - scrive il curatore - che anima l'intensa e mobilissima percezione da lui introdotta nel discorso poetico intimo e universale nello stesso tempo. Ecco perché Bacigalupo può osservare che «conosciamo lui, figura possente e inavvicinabile (ma anche nascostamente molto umana e generosa), che vive nella nostra fantasia di lettori come altri grandi poeti-personaggi del suo tempo, Eliot, Pound, Hemingway , Marianne Moore, o anche Whitman e Dickinson».

Così abbiamo tutti i nomi che contano; così si possono instaurare infiniti confronti, così la straordinaria lezione della poesia dilaga come un universo di voci che Steven raccoglie in questi mirabili versi: «Poeta che carezzi altri nonnulla di schiuma/ di mare, concepisci per i chiostri/ di queste accademie la più divina salute/ svelata in forme comuni. Dispiega/ il nero bruto l'immagine. Disegna/ il tutto. Fissa la quiete. Prendi il posto/ dei genitori, gli antenati più lascivi./ Noi siamo concepiti nei tuoi concetti». (da «Parti di un mondo», 1942). Questa visione drammatica, questo «centro delle nostre vite» che ripete incessantemente il proprio refrain come un'ammonizione e insieme una preghiera, in Stevens si innalza spesso in paradosso «con pazienza e senza eccessive pretese di rivelazioni», sottolinea Bacigalupo. Ma una delle convinzioni del poeta, anzi della sua modernità, è esattamente questa: di saper vivere una vita senza cercare di renderla inimitabile e suprema: «la massima eleganza è non di consolare/ Né di santificare, ma semplicemente di proporre», di testimoniare per tutti gli altri uomini «fatti di parole». In questo senso «Le aurore d'autunno» ('52) uno dei capolavori di Stevens, ci fa comprendere l'intenso dramma del poeta di Reading, il suo stupirsi, quel segreto che lui definisce «l'infinito dell'attuale percepito/ una libertà rivelata, una realizzazione toccata,/ una realtà resa più acuta di un'irrealtà».

Tutte le poesie di Wallace Stevens - Meridiano Mondadori, pag. 1325, euro 80,00

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