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"Lo zoo": il Salento surreale e misterioso di Marilù Oliva

Salento surreale e misterioso
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Grottesco, feroce, atrocemente sublime. L’ultimo libro di Marilù Oliva, «Lo zoo» (elliot, pp. 18, euro 15,00), è una metafora tanto splendidamente delineata quanto disturbante e dolorosa sul tema dell’altro, del diverso da noi, e sulle più sozze lordure dalla nostra società. In un Salento distopico (ma solo un pizzico, in fondo), abbacinato dalla canicola e dalla corruzione, una vegliarda Contessa (ex matrona dei teleschermi e tuttora indiscussa benché appassita icona di potere) mette in piedi un surreale teatrino di freaks, di fenomeni da baraccone, ingabbiati come e peggio di animali, per un malato piacere di voyeurismo.
Nella sua tenuta salentina delle Pescoluse, dove sta «scomparendo come carta velina usurata» dall’implacabile trascorrere del tempo in compagnia di un secondo marito ben più giovane di lei, la Contessa è riuscita a raccogliere sette straordinari esemplari di scherzi di natura, sette anelli difettosi del ciclo evolutivo («umanità tradite e confini di ibrido»). Ci sono l’Uomo Scimmia, un cinese ipertricotico, la Donna Anfora, una ragazza focomelica rimasta vittima ancora nella pancia della madre del terribile talidomide, un farmaco per calmare le nausee, l’Angelo, uno splendido ermafrodito con ossa scapolari iperformate, El Pequeno, un ometto di meno di cinquanta centimetri, la Sirena, una ragazza nata con le cosce attaccate, il Ciclope, un giovane ventenne affetto da ciclopia, e, per finire, la Strega, una vecchia ultracentenaria, arborea e silenziosa come un’antica sibilla della vegetazione. Alle già connaturate difformità, il compagno chirurgo della Contessa ha aggiunto qua e là tocchi della sua «arte», definendo meglio le fattezze del Vaso Umano, congiungendo fino ai piedi le gambe della Sirena a farne una «coda», aprendo inutili narici sul volto del Ciclope, ma soprattutto (il suo capolavoro) innestando piume nelle scapole iperformate dell’Angelo.
Questo zoo miserabile e derelitto viene mostrato, una sera, a un gruppo di selezionatissimi ospiti, campionario di un’umanità forse meno deforme esteriormente ma ben più ripugnante e grottesca nell’animo: esseri corrotti e perduti, invischiati e prigionieri in una rete anche più forte della gabbia in cui sono rinchiusi i poveri freaks.
All’improvviso, un fatto tragico disturba la morbosa allegria della brigata: l’Angelo è scomparso e nessuno pare saperne nulla. I «mostri» si chiudono in un complice mutismo, servitori e ospiti spergiurano di non saperne nulla. Solo alla fine sarà svelato il mistero, un mistero che porterà con sé rivelazioni sconvolgenti, anche sulla vera identità di alcuni degli stessi ospiti.
Davvero straordinario quest’ultimo romanzo dell’Oliva. E non per una sola ragione. Non lo è solo perché l’autrice ha saputo costruire una tensione narrativa calibratissima e senza scampo, e non lo è neppure soltanto perché è riuscita a tratteggiare uno splendido quadro di iperrealismo fiammingo fatto di orrori e deformità fisiche e morali (quasi un antico dipinto di Bosch), ma lo è anche (forse pure soprattutto) per il fatto di aver reso narrativamente nuovi e poetici alcuni dei temi più presenti nella letteratura di tutti i tempi. E stiamo pensando al tema della vita umana come gabbia o rete che non lascia maglie d’evasione, ma anche al tema dell’Io e dell’Altro osservati attraverso il filtro prismatico e deformante del Doppio, dell’Essere e dell’Apparire. E il messaggio conclusivo, tanto scomodo quanto di fatto meravigliosamente universale, esplode dopo tanto orrore con una potenza d’Amore detonante e pervasiva.

 Lo zoo di Marilù Oliva
   Elliot, pag. 18, € 15,00

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