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Donald Trump, un fenomeno a stelle e strisce

"E' populista e demagogico, ma fa leva su paure e desideri che assillano il popolo americano"

Donald Trump, un fenomeno a stelle e strisce
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Donald Trump «figlio di un rispettabile tycoon tramutato in celebrità da tabloid e poi in sensazione di reality show» promette un Rinascimento americano: come non dargli credito quando molte delle “navi” varate dall’amministrazione Obama sono naufragate nei flutti della disoccupazione e dell’opposizione? Un prezioso saggio del giornalista e scrittore Mattia Ferraresi, corrispondente dall’America di varie testate, partendo dalle origini percorre vita passata e presente di «Un fenomeno americano» e cerca di dare una spiegazione alla smania collettiva che ha contagiato gli Stati Uniti con «La febbre di Trump» (Marsilio): un imprevisto aumento di temperatura che ha fatto del magnate il candidato alle presidenziali del partito di Abramo Lincoln alle elezioni del prossimo novembre.

Ferraresi, che cosa ha giocato a favore di Trump nelle primarie? Che cosa ha convinto chi l’ha votato?

Sicuramente il suo essere un outsider, non parlare il linguaggio della politica in questo momento storico soprattutto in America, attira molto. Un altro aspetto risale a un filone politico americano: non è una anomalia, non è un personaggio che non c’entra nulla col sistema come se fosse un errore. Credo ci sia una tradizione politica molto antica risalente a prima della seconda guerra mondiale in cui il conservatorismo repubblicano, aveva caratteristiche molto simili al comportamento di Trump. Non c’entra nulla con i conservatori alla Reagan, ma ha pur sempre una sua tradizione, e quando si è presentato sulla scena ha suscitato l’emotività dell’elettorato.

Quali sono le potenziali virtù che potrebbero favorirlo alle urne?

Penso che abbia degli argomenti molto forti e propone tante cose, ma tutte hanno come idea di fondo la protezione e la sicurezza. Quando parla dell’immigrazione, o del muro al confine con il Messico, sta assicurando protezione dal punto di vista economico e anche dal punto di vista della difesa personale, perché dal Messico – dice lui – arrivano non solo dei messicani stupratori e assassini ma anche lavoratori clandestini che prendono i posti della manovalanza medio bassa americana. E per il lavoratore statunitense che si sente poco protetto nella competizione con la manodopera straniera, Trump è convincente. Poi, che tutto ciò che dice e fa sia demagogico, populista o meno, ha poca importanza: funziona nei confronti dell’elettorato perché fa leva su paure e desideri che assillano il popolo americano.

Trump sarà in grado di dare a chi lo sostiene quello che promette, considerato che i suoi proclami elettorali sono in contrasto con molte direttive del Paese più democratico del mondo?

Per il momento storico che sta vivendo, in America è forte il desiderio di alcuni cambiamenti radicali per combattere la fortissima crisi dell’élite del partito che per sessant’anni è stato il più disciplinato d’Occidente. Trovo che il vuoto di potere della destra americana, abbia una parte gigantesca nel successo di Trump. Ma non è un incidente di percorso: questa crisi del totalitarismo è stata creata negli ultimi vent’anni, è stata cercata, coltivata, non s’è fatto nulla per raddrizzarla, e quando si crea un vuoto, prima o poi qualcuno lo riempie.

Che cosa si muove all’interno del retroterra ideologico di Trump?

Quello di Trump è un retroterra ideologico che lui interpreta in modo istintivo, incosciente. Non è un ideologo, ma esprime gli interessi della vecchia destra con al centro la preminenza dell’interesse americano sul resto del mondo. Per Trump l’America non rappresenta la democrazia occidentale da esportare in tutti i paesi, faro per tutte le nazioni. Quella di Trump è un’America isolazionista, fortemente protezionista, non universalista, non disponibile ad andare in giro per il mondo a dare lezioni di democrazia né di ideali di alcun tipo. Trump vuole stare a casa propria a far l’America grande come dice sempre, e con l’idea di negoziare con chiunque - pare che voglia fare affari con Putin e con la Corea del Nord - e non ci sono precondizioni per il dialogo perché non c’è un ideale democratico cui devono adeguarsi per parlare con gli Stati Uniti. Questa ideologia, che è quella della vecchia destra, è sicuramente interpretata da Trump in modo chiaro.

Quando si è formata in Trump questa ideologia?

Negli anni cinquanta, che sono quelli decisivi per la sua formazione ideologica. Era molto giovane, e quello è il decennio decisivo per inquadrare il “trumpismo”: e stato l’ultimo momento storico in cui questo tipo di ideologia ancora era una moneta corrente all’interno del partito repubblicano. Dopo di che le cose sono cambiate, ma Trump ha nostalgia del nazionalismo.

Sono vere le voci e le illazioni che vorrebbero i russi schierati  al fianco di Trump contro la  Clinton?

Non sappiamo se Putin e Trump stanno orchestrando un’operazione di sabotaggio del partito democratico. Ci sono chiacchiere ma non ci sono prove. Quello che possiamo dire senza nessun dubbio è l’esistenza di una convergenza ideologica di comodo. Putin ha tutto l’interesse che alla presidenza degli Stati Uniti ci sia una persona che giudica la Nato obsoleta, che ha pochi riguardi per le alleanze internazionali ed ha un concetto nazionalista come il suo anche se in salsa diversa. I due s’incontrano sul piano ideologico in modo chiaro: Putin ha la possibilità di avere un partner con cui negoziare invece che un mastino democratico al quale rispondere che usa la politica e la Nato come strumento di pressione e di isolamento della Russia sottoposta a sanzioni.

La febbre di Trump di Mattia Ferraresi - Marsilio, pag. 159,  euro 12,00

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