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Carolyn e le copertine per le «mamme di cielo»

Ha perso un figlio appena nato: adesso aiuta chi ha il suo stesso destino

 Carolyn e le copertine per le «mamme di cielo»
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«Una cosa ti chiedo – si illumina Carolyn -: da questo articolo deve uscire speranza. Perché oggi una mamma lo leggerà mentre starà vivendo quello che ho vissuto io, e deve sapere che si torna alla vita e si torna a ridere. Anche quando va male e un pezzo di cuore mancherà sempre».

Ed eccola, allora, questa storia: che è davvero di speranza e parte da ciò che ogni anno da cinque anni accade di questi tempi a Parma. Racconta di una madre, di un padre e di una sorella - una gemella, per essere precisi - che tornano tra le mura a lungo percorse e annusate del reparto di Neonatologia del Maggiore. Hanno con sè delle mini-coperte, morbide e candide. Dieci, quindici, venti: quante ne hanno chieste quell'anno le amiche infermiere. Le donano in ricordo di Brian, figlio e fratello - gemello, per essere precisi – , e sono destinate ad avvolgere i bimbi nati morti o quelli che per un'ora o un giorno, una settimana o un mese, sono stati piccoli guerrieri nel reparto di terapia intensiva pediatrica. Vorremmo tutti che quelle coperte giacessero in un armadio inutilizzate. Ma la realtà è diversa e i numeri la raccontano fin troppo bene: ogni anno riguarda circa tremila famiglie in Italia.

E quanto sia preziosa una copertina lo sa fin troppo bene Carolyn, che da allora è voce energica e mano operosa conosciuta in diverse associazioni, tra le quali Colibrì, che sostengono le famiglie con nati prematuri a Parma.
Quella notte del 16 novembre 2010, quando alla fine hanno dato ragione a lei e al suo istinto di mamma, i medici hanno staccato Brian da ormai inutili macchinari e cannule e gliel'hanno messo in braccio. Nudo come lei l'aveva partorito 24 giorni prima, e avvolto in un lenzuolo di tessuto verde da sala operatoria. E' in quel telo verde che ha trascorso le sue ultime ore stretto al corpo della mamma e allo sguardo del papà. E' in quel telo verde che è andato a salutare per l'ultima volta la sorellina, anche lei piccola guerriera in una culla termica. E' in quel telo verde che ha fatto capire a Carolyn che doveva andare a casa e lasciarlo andare: lui per smettere di soffrire, lei per correre a tirarsi il latte dal seno e continuare così a salvare la vita della gemella Isabella.
Le chiamano le mamme di cielo, e lei, Carolyn, è diventata mamma di terra e di cielo in una volta sola. C'è Isabella che l'anno prossimo andrà a scuola e chiede periodicamente conferma di essere davvero una sorella gemella («e per fortuna ci sono quelle pochissime foto a testimoniarlo!»). E c'è Brian, «che era così tosto... Lo vedo bene a fare accoglienza in paradiso: aveva il carattere giusto. E lo immagino lassù a fare gli sport più duri, quelli tipici di noi americani. L'hockey, probabilmente».

Carolyn, infatti, è canadese, mentre suo marito è parmigiano. L'incipit della loro famiglia è stato scritto in un laboratorio a Montreal nel 1996: tutti e due laureati in fisiologia, lei stava terminando l'esperienza da borsista e lui stava iniziando lì un progetto di ricerca. Quattro anni dopo erano insieme a Parma, sposati, e nell'aprile 2010 hanno scoperto che sarebbero diventati genitori. Gioia pura: ma quasi subito si è capito che sarebbe stato un percorso in salita e ripidissimo, sia per la mamma che per i gemelli, in un'altalena tra coraggio e paura, ricoveri e tenacia.

La sera in cui Isabella e Brian sono nati - troppo presto e con una mamma reduce da due mesi a letto in ospedale - è successo tutto in mezz'ora. Lei pesava 1190 grammi, lui 620: «Li hanno portati subito in terapia intensiva neonatale e li ho potuti vedere solo il giorno dopo. Una sofferenza. Ma quando è successo mi sono detta: ce l'abbiamo fatta, ora non vi lascio più». E quando passata una settimana è arrivata la sorpresa di poter dare il latte ad Isabella, «era bellissimo e straziante insieme: avevo lei addosso e vedevo dall'altra parte Brian, senza poterlo abbracciare. Però una sera con la complicità di un'infermiera ho portato la bimba da suo fratello. Mio marito era al lavoro, non ha fatto in tempo ad arrivare, e quella foto che ci hanno scattato - quell'unica foto con loro due insieme - per me è oro».

Perché poi tutto è precipitato, per Brian. «All'inizio cresceva bene ed eravamo contenti: pensavamo al futuro e li immaginavamo insieme, i nostri figli. Poi è iniziato il declino, e allora ho iniziato a liberarlo: non volevo che stesse lì a soffrire».

«Una sera, in particolare, lo vedevo che non ce la faceva più e sono andata a parlargli. “Se vuoi andare, vattene: non stare qui per me”. Non volevo che pensasse che non aveva una mamma forte e che non ce l'avrei fatta. L'ho detto anche ai medici che non avrebbe superato la notte. Ma loro in buona fede provavano a trasmettermi ottimismo per l'operazione programmata per il giorno dopo. Allora ho obbligato l'infermiera ad aprire l'incubatrice per fargli dare un bacio da mio marito: è l'unica foto che ha con lui».

Tutto il resto è quella notte, la notte del telino verde. Quel telino verde «che odorava di aceto e disinfettante». Quel telino verde che – in buona fede e per poca formazione sul tema - è finito chissà dove. E che lei avrebbe invece voluto portare a casa: per poter stringere e annusare - ieri, oggi e ogni giorno che verrà - qualcosa che aveva toccato il suo bimbo e che sapeva di lui. Quella notte del telino verde che poi ha dato vita - ed è bello usare questa parola - al progetto copertine.
«Contribuiscono familiari e amici. Il primo anno le ho fatte fare, il secondo le ho trovate in un negozio proprio come le volevo. Anzi, con qualcosa in più: quella custodia in plastica in cui si possono riportare a casa anche gli altri oggetti appartenuti ai bimbi: il cartellino della culla, il braccialettino. A me li hanno dati in un sacchetto per i campioni di sangue». E qui parte la seconda raccomandazione: «Al Maggiore hanno fatto per noi cose meravigliose. L'amore lì dentro c'è, e c'è tanta umanità e professionalità: mancano i soldi». Ecco perché «quello che faccio, lo faccio col cuore».

Ed ecco perché Carolyn sogna un futuro in cui le mamme di cielo ricevano il giusto sostegno psicologico e possano essere spinte, da infermiere e ostetriche opportunamente formate, a fare quello che in quei momenti non sanno immaginare, a volte persino accettare: le foto, l'impronta di una manina e di un piedino, una memory box di sapore americano ed efficacia universale. «Perché quei bimbi ci sono stati, fanno parte di noi, non si possono dimenticare». Un futuro in cui si conceda anche a questi genitori il tempo del lutto: «Le persone in buona fede mi dicevano: “C'è lei, devi pensare a lei. Ma i miei figli erano due: un pacchetto unico. Ed ho avuto bisogno di tempo”. Tempo, amore e amicizia. Gli amici che quando Isabella è arrivata a casa, ma sempre a rischio infezioni, le lasciavano fuori dalla porta un piatto cucinato. I vicini che hanno avuto la forza di dare un nome alle cose. E le famiglie conosciute nei corridoi dell'ospedale, unite da destini diversi o comuni. Perché anche la prenatalità è un'esperienza tosta, anche quando finisce bene, o quando - nei casi dei gemelli - finisce bene a metà . «E sarebbe bello che potessero essere dei genitori come noi, in ospedale, a testimoniare ad altri genitori che si sopravvive. E si torna a ridere». ​

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  • MauB

    11 Dicembre @ 15.45

    BELLISSIMO articolo/intervista di Chiara Cacciani. Due gli ingredienti fondamentali dello stesso: una giornalista di classe e una protagonista, questa mamma, che potrebbe insegnare tanto a tanti ! Complimenti e... GRAZIE.

    Rispondi

  • LISA

    11 Dicembre @ 15.37

    Tanto cuore, tanto amore in queste parole.....

    Rispondi

  • Bastet

    11 Dicembre @ 11.57

    ...Un abbraccio sincero,che seppur da una sconosciuta,è pregno di sentimenti. Auguri Carolyn!a te e alla tua splendida famiglia.

    Rispondi

  • LaMicky

    11 Dicembre @ 10.34

    tanto affetto per questa mamma e per questa famiglia.....

    Rispondi

  • nerosso

    10 Dicembre @ 20.28

    una storia di forza e coraggio raccontata con tanta delicatezza

    Rispondi

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