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MILLE MIGLIA

Sogno di una notte di mezza primavera

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Marco Centenari, giornalista parmigiano e storico dell'automobile, ci regala un racconto legato ai suoi ricordi dell'ultima edizione della Mille Miglia, quella del 1957. Nell'inserto della Gazzetta di Parma sulla Mille Miglia in uscita venerdì 15 maggio un altro racconto di Marco Centenari, questa volta sull'edizione del 1952. Quando la messa era ancora in latino...

di Marco Centenari

«Gradisce un altro po’ di lepre, mister Collins?». «Oh sì, grazie, è molto buona». Mia sorella Giovanna pescò col cucchiaio d’argento nella grande terrina a centro tavola e servì compiaciuta quel bel giovanotto biondo, dall’italiano incerto, in camicia bianca, gentile, che sedeva a pranzo tra mio zio Nino e mio cugino Giovanni. Che giorno meraviglioso! Era l’8 maggio del 1957 e come ogni anno mio padre aveva indetto la riunione familiare in vista della Mille Miglia. Era una tradizione di casa nostra, che aveva avviato mio nonno ancor prima della guerra. Si teneva da noi perché mia mamma Angela era una cuoca sopraffina. Mio padre e mio zio correvano in macchina e avevano partecipato a più edizioni della Mille Miglia, cinque volte mio padre e otto volte mio zio Nino, che era maggiore di lui. Mai insieme, però, sempre su macchine diverse. «Nino è uno scassa macchine», diceva mio padre, «forse va un po’ più forte di me ma non arriva mai in fondo, è troppo irruente». «Nessuno va in macchina con lui, perché fa paura».

Era vero. Mio zio era un personaggio incredibile. Mani e braccia enormi, un faccione rubizzo eternamente sorridente. A me strizzava sempre l’occhio. Era l’uomo dell’allegria e degli scherzi e ci aveva abituati alle sorprese più impensabili. Ma quell’anno mi aveva lasciato esterefatto. Aveva portato a pranzo nientemeno che Peter Collins, 26 anni, pilota della Ferrari. Diavolo di uno zio Nino! Lui conosceva tutti nel mondo delle corse, da Enzo Ferrari fino all’ultimo dei meccanici. «Mangia della lepre, Peter, che andrai ancora più forte! Ah, ah, ah!». Allora, mi disse strizzandomi l’occhio, «Quest’anno tocca a te. Io e Pippo (mio padre) siamo vecchi. Quest’anno la Mille Miglia la fai tu, con Peter e la Ferrari».

Come? Ah già, era la solita burla dello zio Nino. Figuriamoci, io a bordo della Ferrari di Peter Collins, io che non avevo ancora compiuto 11 anni e facevo la quinta elementare! Via, zio Nino… «Dài, dài, non fare il salame: il tuo maestro, quel tale Marchini, piccoletto, con gli occhiali spessi come il culo di una bottiglia, è di Modena e andava a scuola con Enzo Ferrari. Gli ha detto che tu fai dei bei temi e Ferrari vuole che tu faccia un tema sulla Mille Miglia e sulle sue macchine». Guardai mio padre, serio, che annuiva. Guardai mia madre il cui viso dolce era a mezza via tra l’afflitto e il rassegnato, come dire: ho molta paura, ma come si fa a dire di no al Signor Ferrari?

Non so come, ma alle 5 del mattino del 12 maggio ero a Brescia, in mezzo alle macchine che ancora dovevano prendere il via dalla pedana di via Rebuffone. Le partenze erano iniziate alle 23 della sera prima, con le Fiat 600, le Renault 4CV e le Abarth Zagato 750, ed erano andate avanti per tutta la notte. Ora restavano solo le macchine più potenti e veloci. L’atmosfera era irreale, mentre cominciava ad albeggiare su una città che non era andata a dormire. Motori che ruggivano ritmicamente nella fase di riscaldamento, altri che partivano in tromba a un minuto esatto l’uno dall’altro, sempre accompagnati da un boato di folla. Nell’aria fresca del mattino dominavano gli odori di scappamento, come il profumo inebriante dell’olio di ricino bruciato. Qualcosa di denso, di palpabile, in cui si muovevano freneticamente meccanici in tuta e signori eleganti, in giacca, cravatta e cappello. Ormai era partito anche l’ultimo concorrente della categoria Sport fino a 2000, col numero 509, che corrispondeva all’orario del via: ore 5 e 09 minuti. Alle 5 e 18 sarebbe partito il primo della nostra categoria, la Sport oltre 2000, quella dei grossi calibri, come dicevano i giornali. La Ferrari di Collins e me aveva il numero 534. Era una 335 S a 12 cilindri, 4000 di cilindrata e 390 CV. Un’autentica bomba. Una macchina identica alla nostra ce l’aveva anche lo spagnolo Alfonso De Portago, mentre Taruffi e von Trips avevano le 315 S, uguali alla nostra ma col motore leggermente meno potente: 3800 di cilindrata e 360 CV. Quattro Ferrari, quattro bolidi da 300 all’ora che si sarebbero dati battaglia lungo i 1.600 chilometri che ci aspettavano. Senza contare gli avversari.

Collins è vicino alla macchina e parlotta con un meccanico. Io non so cosa fare e cosa dire, anche se so tutto della corsa perché leggo sempre la Gazzetta dello Sport. Per non star lì muto e impalato mi rivolgo al mio pilota. «Peter, ha detto Taruffi che guadagnerà un secondo a ogni curva». «Sì, e noi gli prenderemo un minuto a ogni rettilineo». Ride, Collins, è tranquillo, sicuro di sé. «Non mi spaventa Taruffi, anche se dicono tutti che il commendator Ferrari vuol far vincere lui, che è vecchio. Io ho già fatto vincere Fangio una volta, e non ho più voglia di fare regali. Vinceremo noi, vedrai. L’unico che possa batterci è Moss, con la Maserati. Ma parte dietro di noi e non ci faremo prendere». Anche Taruffi partiva dopo di noi, col numero 535, mentre tutti gli altri, compresi von Trips e De Portago, partivano prima.

«Dov’è quel bambino? Dov’è quel bambino?». E’ una voce forte, è quella di Enzo Ferrari in persona, che viene verso di me con un impermeabile blu e un cappello grigio. Alto, imponente. «Come ti chiami?». «Marco». Mi fa una gran soggezione, da farmi la pipì addosso. «Ce l’hai il casco, Marco?». Gli mostro quello bianco di mio papà. «No, non va bene, ce ne vuole uno rosso come quello di Collins. Tavoni, trova un casco per il bambino!». Intanto si avvicina un altro signore, con l’impermeabile bianco e senza cappello. Ha una faccia arcigna, da cattivo, e invece è buono. «Ehi, giovanotto, fai un bel tema eh, che poi te lo pubblico sul giornale. In bocca al lupo!». Poi si china verso di me e con la mano di fianco alla bocca mi dice all’orecchio: «Tanto vincete voi, è Collins il favorito». E’ Giovanni Canestrini, il giornalista.

«Pronti, manca poco alla partenza!». Peter è già al volante della Ferrari e sta aizzando il motore con colpetti di acceleratore. Saluto Canestrini e salto dentro alla rossa 335 S. Ho con me la cartella di scuola. La mamma ha tolto libri e quaderni e ci ha messo qualche panino e dei santini: due della Madonna di Fontanellato, uno di sant’Antonio da Padova e uno di Santa Rita. C’è anche una cartolina con la faccia di Padre Pio. E poi ci ha messo Tato, il mio orsacchiotto di lanuggine grigia, con gli occhi gialli, la mia guardia del corpo di quand’ero più piccolo e a letto avevo paura del buio.

In alto, sulla pedana, c’è von Trips. De Portago è appena partito. Sotto, davanti a noi in attesa c’è Hans Hermann, ex pilota della Mercedes che adesso corre con una Maserati. Parte von Trips, sale Herman, che dopo un minuto esatto riceve il via. La sua macchina fa un fracasso infernale. Saliamo noi. Meno cinque, quattro, tre, due, uno, 5 e 34 esatte, via!

Peter scende lentamente la discesina in legno della pedana e non appena le ruote sono in terra accelera progressivamente. Sento una spinta brutale nella schiena mentre il motore esplode in una sonorità travolgente. Il rumore all’interno della macchina è micidiale. Non c’è la minima insonorizzazione, tutto è al vivo, è tutto metallo che vibra, che geme, rimbomba, sotto la sferza brutale del motore. E’ come essere in una stanza con dodici martelli pneumatici che picchiano sul ferro. Attraversiamo Brescia fra due ali di folla. Non riesco a distinguere, andiamo troppo forte, in mezzo a due muraglie di braccia che si agitano, che salutano, che probabilmente applaudono, ma io sento solo il baccano assordante della macchina. Forse svengo, non mi ricordo. A un certo punto sento la mano di Peter che mi batte sul ginocchio e mi indica qualcosa, davanti a noi. E’ la Ferrari di von Trips, partito due minuti prima. Il barone tedesco si è accorto della nostra Ferrari, e ci dà strada. Peter lo sfila come una freccia e ringrazia alzando la mano nel guanto bianco. La strada è rettilinea, vuota, deserta, si vede lontano come mai mi era capitato quando andavo in macchina con mio papà. La Ferrari sembra volare, con Peter che la controlla come un domatore, tenendo il grosso volante con decisione, con forza, come fosse una frusta. Andiamo sempre più forte, ho paura a guardare fuori. Gli alberi che costeggiano la strada sono diventati un muro continuo e la gente è come se avesse la stessa faccia, sempre quella, sempre le stesse mani protese, sempre la stessa immagine del carabiniere nero che emerge e schizza via dallo strato di folla. Ho paura e mi rannicchio sul sedile tenendomi la testa fra le mani. Apro la cartella che ho fra le gambe e tocco il mio orsacchiotto. E intanto vedo le gambe di Peter, le sue scarpette nere, alte, allacciate come quelle di un pugile. Vedo che pigia sull’acceleratore e poi sul freno, sulla frizione e poi ancora sul freno e sull’acceleratore insieme, col tacco. I pedali sono tutti uguali, larghi, in lamiera traforata. E vedo la sua mano destra sulla leva del cambio, che lavora, spinge, tira, tira due volte, tre, una leva dura, che si impunta e poi finalmente ubbidisce. Peter che pedala coi piedi, che gira a destra e a sinistra il volante, con mosse rapide, sicure. Ma io ho paura, non guardo fuori, oltre il piccolo parabrezza. A un certo punto vedo le braccia di Peter che iniziano a mulinare su e giù, vedo un lavoro frenetico di piedi, sul freno, sulla frizione, sull’acceleratore e la mano destra che si aggrappa al cambio e cerca a più riprese di inserirlo in una posizione, che sembra non esserci. Sento le gomme stridere, fischiare, sento l’odore bruciacchiato delle guarnizioni dei freni, sento la macchina che ondeggia, poi si piega e si volta su stessa. Siamo fermi e Peter mi mette davanti al naso la mano chiusa col pollice in alto: tutto ok. Si riparte in tromba, ma io mi volto istintivamente, per vedere se mai arrivi Taruffi, o peggio Moss. Peter, ondeggiando l’indice come un tergicristallo, mi fa segno di no. «Sta tranquillo, non ci prende nessuno». Ricomincia la frenetica aggressione alla strada, alle curve, ai rettilinei, ai dossi che si saltano volando. Quel dardo infuocato della Ferrari n° 534 non conosce ostacoli. Attraversa borghi, paesi, città, sfiora spigoli di case, transenne con gente assiepata, si incunea in gallerie che moltiplicano il suo fragore, corre lungo il mare più veloce del vento.

In poco più di cinque ore siamo a Roma al rifornimento. Taruffi è staccato di 4 minuti, Moss si è ritirato, meno male, von Trips e De Portago li abbiamo già superati. Una minaccia potrebbe venire dal barone belga Olivier Gendebien, partito un’ora prima di noi con una Ferrari 250 berlinetta. Ha un ritardo di soli 15 minuti rispetto a noi e ha una macchina chiusa. Se dovesse piovere…

Ripartiamo da Roma come vincitori virtuali e ci buttiamo a capofitto nella lunga risalita verso Brescia. La macchina sembra andare ancor più forte di prima. Peter non accenna al minimo segno di stanchezza. Continua a dominare quel mostro rosso con autorità perentoria. Deve avere forza e resistenza eccezionali. Un grande atleta, un superuomo. Penso che neanche lo zio Nino sarebbe capace di guidare così. Ma a un certo punto, quando siamo in prossimità della salita della Futa, comincia a farmi dei gesti. Ondeggia la mano aperta, come dire «così così», e indica col dito quello che sta sotto di noi, l’albero di trasmissione, o forse il differenziale. Mi sembra preoccupato, ma continua ad andare come una furia. L’importante, adesso, è arrivare al Passo. Poi, nella discesa, ogni santo aiuta e da Bologna a Brescia è tutto dritto. Comincio a sentire dei rumori strani, sotto di me. L’albero di trasmissione che prima girava in un turbinio regolare, ora geme, in una sorta di pianto. E il differenziale ulula, in «u», proprio come un lupo. Ma il passo della Futa è ormai raggiunto. Peter si butta nella discesa verso Bologna a rotta di collo, facendo affidamento solo sul cambio, perché i freni, ormai, più che sprizzare odore di bruciato non fanno.

Siamo a Bologna. Ora c’è il lungo rettilineo della via Emilia fino a Piacenza, poi altre tre tronconi di strada dritta, da Piacenza a Cremona, da Cremona a Mantova e da Mantova a Brescia. Abbiamo già un leggero vantaggio sulla media record stabilita da Moss nel ’55 con la Mercedes: 157 all’ora su 1.600 chilometri. Se tutto va bene, polverizzeremo quel dato. Nonostante i gemiti sempre più acuti che arrivano dall’albero di trasmissione, la nostra Ferrari sembra divorare la via Emilia. A Modena siamo a 159 di media e a Reggio a 160. Raggiungiamo Parma, la mia città, in un baleno, viaggiando sul filo dei 280 all’ora. Siamo all’arco di San Lazzaro, Ponte Italia, la discesa verso barriera Bixio, stiamo per arrivare vicino a casa mia. Mi appresto a salutare la mia gente, ma all’uscita della curva di viale dei Mille, Peter, in derapata, mi afferra il braccio. Sento il motore che all’improvviso va su di giri. Peter toglie il gas, poi lo ridà, altro fuorigiri. Tenta di lavorare col cambio, ma non c’è niente da fare. La macchina non ha più trazione a arriva per inerzia a piazzale Santa Croce. La corsa è finita. Peter riesce a parcheggiare nello spiazzo del distributore Agip e spegne il motore. Scendiamo mentre accorre una marea di gente. Il primo è il vigile Mario, quello alto alto che abita vicino a casa mia. «Bravo Marco, eravate a 161 di media, che peccato!». E intanto mi stringe la mano. Mi tolgo il casco e il buon vigile comincia a darmi dei buffetti sulla guancia.

Ma non è il vigile, è la mia mamma. «Marco, Marco, svegliati è ora di andare a scuola. A momenti arriva Franco a chiamarti». Apro gli occhi e guardo la mamma, come stupito. Ho Tato con me, stretto al braccio sinistro. Nell’altro ho la Gazzetta dello Sport del giorno prima, arrotolata sulla pagina con l’elenco dei concorrenti della Mille Miglia, con tutte le sottolineature a penna dei concorrenti passati da Parma. In fondo, nel bordo rosa, c’è una firma: Peter Collins. Ero a pochi metri da lui quando si è fermato e sono corso per primo a chiedergli l’autografo. Mi aveva sorriso e aveva allargato le braccia. Dal mio posto, quello del passeggero, stava scendendo il grande fotografo Louis Klemantaski, detto Klem.

«Marco, ha detto la radio che vogliono vietare la Mille Miglia, per colpa dell’incidente di quel pilota straniero, quello che comincia per g… De Porta-g-o. Speriamo che non sia vero». Era arrivato Franco Belicchi, il mio compagno di banco, che si alzava sempre prima di me. Io ero un dormiglione, ma sognavo sempre.

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