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35 anni fa

"Metropolis", un viaggio nelle città di Guccini

"Metropolis", un viaggio nelle città di Guccini
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“Metropolis” è un viaggio che Francesco Guccini ha intrapreso trentacinque anni fa. Nelle e attraverso le città. Quelle di oggi (o del 1981, anno dell'uscita del lavoro), ma anche quelle della storia, come Bisanzio. Un viaggio inteso nel senso antico, a partire dal titolo che è in greco. Un'avventura come quella di Ulisse. Perché il viaggio in Guccini è sempre metafora, è ricercare e scoprire. Prendendo a prestito un termine caro al rock progressivo – che nell'opera del cantautore modenese comunque non c'entra nulla – si può dire che “Metropolis” è un concept album. E' infatti una storia lunga sette canzoni. Il decimo lavoro di Guccini è un lavoro corposo che si potrebbe perfino definire mitico. Una “summa” di tanti viaggi e saperi, nella vita di un uomo che ha comunque cercato di affascinare l'ascoltatore usando proprio l'arma della cultura, della citazione, della letteratura. Il viaggio inizia da “Bisanzio”, vista con gli occhi di Filemazio, “protomedico, matematico, astronomo, forse saggio”. Profuma di struggente decadenza - l'impero romano è infatti destinato a crollare - ed è una poesia dura, terribile, notturna, disperata. Forse - sia consentito dirlo - la più bella del disco. Il viaggio prosegue con “Venezia”, lirica e tristissima, diventata col tempo un pezzo da gita scolastica, da strimpellare in pullman. Qualcosa che offende i “gucciniani” duri e puri. “Antenòr” è invece più gucciniana che mai. E' la storia di un duello rusticano in cui il protagonista, sfidato, deve uccidere l'avversario anche se non trova un motivo per farlo. Di “Bologna”, come di “Venezia”, è già stato detto tutto o quasi. Assieme alla canzone sulla città lagunare, è la più famosa del disco. E' dedicata a uno dei luoghi d'adozione di Guccini, che all'ombra delle due torri ha vissuto un periodo importante di vita e carriera, tanto - lui “modenese volgare” - da essere considerato nell'immaginario collettivo proprio bolognese. “Lager”, incisa due anni prima assieme a Venezia dall'”Assemblea musicale teatrale”, gruppo attivo negli anni Settanta, non è una città in particolare, ma un luogo in cui la ragione lascia il posto alla follia. Un luogo in cui “spesso la gente muore” o “in cui, peggio, la gente nasce”. “Black-out” è una sorta di “divertissement”, dopo le atmosfere così cupe di “Lager”, quasi a volersi rilassare qualche minuto prima del gran finale. Che è rappresentato da “Milano (Poveri bimbi di”). Per Guccini - modenese, bolognese, tanto innamorato dell'appenino tosco-emiliano da trasferirvisi - Milano rappresenta gli antipodi. Anche questa canzone, però, al pari di tutto l'album, 35 anni dopo rimane graffiante come la prima volta. In “Metropolis” manca Modena. Ma la “piccola città, bastardo posto”, città natale del settantacinquenne cantautore, era già stata protagonista in “Radici”, altro capolavoro del 1972.

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